Uno degli aspetti più grotteschi del job's act è costituito dalla manipolazione linguistica, un tema troppo spesso sottovalutato, ma decisivo, soprattutto quando si parla di Matteo Renzi e degli stilnovisti che gli scrivono i discorsi e le battute. Nel neo-mondo renziano cui siamo approdati dopo aver digerito la lugubre allure di Monti e la spocchia secchiona di Letta le parole contano più dei fatti. Anzi, i fatti sono solo una sottostruttura variabile e inessenziale della parola. L'importante è che la gente interiorizzi dei concetti semplici, facili da capire e da esprimere. E questi concetti devono innescare uno stato d'animo in chi li ascolta. Ad esempio, la distruzione programmata dei diritti del lavoro e dei lavoratori viene battezzata come 'tutela crescente'. Poi basta un qualsiasi pigmeo cerebrale (e dargli magari un giro di chiave sulla schiena) in grado di destreggiarsi con quello che, nei giochini linguistici, si chiama contro obiezione. Se qualcuno accusa Renzi di non fare gli interessi della parte debole della contrattazione, ma delle grandi aziende, il servitor fedele risponde: "Non è questione di favorire questo o quello, ma di proteggere tutti con tutele crescenti". Altri fantastici trucchi di scena sono la 'flessibilità' (il dipendente non deve essere troppo rigidamente legato alla propria scrivania, ma 'flessibilmente' disponibile a piegarsi a novanta gradi), i 'contratti di solidarietà' (ti sforbiciano il salario per poterlo abbassare in ugual modo a un altro sfigato povero cristo come te), i contratti di solidarietà 'in chiave espansiva' (barocca variazione sul tema, implicante riduzione di diritti a tutti per assumere nuovi occupati marginali e sottopagati) e, infine, il 'modello solidaristico' (in sostanza, danno le ferie a un tuo collega, se tu rinunci alle tue). Lo so che è umiliante e manipolatorio, e addirittura incredibile che proprio il PD avvalori questa sistematica destrutturazione di antiche conquiste. Possibile che il più grande partito della sinistra italiana abbia scelto di stare dalla parte del lupo? Possibile che si sia ridotto a uno scendiletto del grande capitale? Ma no, state sereni. E' solo un predellino per favorire la crescita.
domenica 15 marzo 2015
VIENI AVANTI DECRETINO
Ricordate la mitica lenzuolata di Bersani che, nel 2006, avrebbe dovuto costituire il turbopropulsore per una supercrescita 'cinese' dell'economia italiana? Consisteva nella magica ricetta liberalizzazioni+privatizzazioni. Dopo di che arrivò la più devastante crisi economica degli ultimi cinquant'anni. Non vogliamo dire che la scatenò il democratico Pierluigi, sia chiaro. Lui era solo un post comunista convertito al Nuovo Testamento economico, lo stesso che eccitava (ed eccita) i Berluscones quando vanno in brodo di giuggiole nel definirsi liberali o liberisti. Ecco, quella roba lì è la stessa identica ricetta che caratterizza le ultime riforme renziane. E i Compagni di ieri, quelli che inneggiavano alla rivoluzione anticapitalista, sono i più zelanti esecutori o propugnatori dell'evangelo economico neotestamentario. Nonostante i dati di fatto stiano lì ad urlare che proprio quelle soluzioni hanno devastato il pianeta negli ultimi tre decenni di globalizzazione, nonostante le statistiche di qualsiasi serio analista dimostrino che quella road map ha messo in ginocchio un intero continente, loro vanno avanti per la stessa strada. Certo, non bisogna prendersela con Renzi & Company. Stiamo parlando di executors che si limitano a implementare l'unica linea di condotta oggi praticabile per non essere messi alla berlina dai mezzi di ipnotizzazione di massa. Quindi, avanti popolo con l'ennesima riformina per gonfiare il portafoglio delle compagnie di assicurazione (in cambio delle fantomatiche riduzioni di premio e della puritana 'lotta alle frodi') e avanti soprattutto con lo sgretolamento scientifico del piccolo mondo antico fatto di liberi professionisti, piccoli commercianti, bottegai, siano essi avvocati, commercialisti, farmacisti o conducenti di taxi. Se rientri in una di queste categorie sei solo un dead men walking, un uomo morto che cammina. Quando leggi, nei decreti del governo, la locuzione 'ingresso di soci di capitale', significa che devi togliere l'aggettivo 'libero' dalla parola professionista. Lo hai capito o no chi sono 'i soci'? Dei facoltosi anonimi che, a fine mese, ti daranno la paghetta che ora ti guadagni da solo. Se la sfanghi questo giro, non ce la farai col prossimo. Ogni semestre è buono per la riforma 'conclusiva'. Dopotutto, sei solo un intralcio cretino sul tragitto segnato della competitività. E un decretino ti seppellirà.
GIOVENTU' BRUCIATA
Il Censis ha certificato quello che qualsiasi persona mediamente informata aveva già capito da un pezzo: cari ragazzi, se tutto va bene siete rovinati. I giovani più fortunati sono circa 3,4 milioni di workers ben inseriti nel mercato del lavoro attuale, quello del trattato di Schengen e delle riforme strutturali, del paradiso comunitario e delle tutele crescenti. Si tratta del 65% dei cosiddetti millennials (fascia d'età fra i 18 e i 34 anni). Bene, questi nati con la camicia riusciranno a strappare allo stato sociale una pensione da meno di mille euro al mese. Ora parliamo degli altri, cioè di 890.000 giovanotti autonomi o con contratti di collaborazione e di 2,3 milioni di Neet, cioè disoccupati che non studiano nè lavorano. Questi parenti 'poverissimi' dei fratelli poveri (ma fortunati) di cui sopra saranno i barboni di domani, clochard di ritorno di quell'Italia del welfare che il partito democratico dei Renzie boys, con la stessa certosina pazienza dei suoi predecessori, sta facendo a pezzi. Non ci vuole il mago Otelma e neanche un analyst della Nasa per capire che stiamo meticolosamente fabbricando una polveriera sociale che darà i suoi frutti esplosivi fra qualche decennio. Se fate parte della generazione precedente e siete riusciti a scavarvi una nicchia di comodità non siate troppo sicuri di conservarla. Una marea di 'zombie sociali' border line verrà a prendervi, casa per casa, per reclamare la fetta della torta che gli è stata negata. E non avranno nè voglia nè tempo di discutere di riforme strutturali.
TTiPPAREVA
Sapete cos'è il Ttip? E' quella cosa che somiglia al Mercato Unico Europeo, ma in versione megatronica, molto più sofisticata e perversa. Se con la Cee e la Ue non avete sofferto abbastanza, se il vostro masochismo ha ambizioni universali allora sbrigatevi che c'è ancora posto. Il Ttip è il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti d'America. Il 6 febbraio di quest'anno si è tenuto l'ottavo round del negoziato e in nostra rappresentanza c'era (tentevi forte) Jean Claude Junker (è difficile non commuoversi, lo so), presidente delle Eccellentissima Commissione Europea. L'idea di questi geniacci rubati a una casa di cura è costruire un'unica area di libero scambio tra vecchio e nuovo continente senza barriere doganali nè tariffe nè dazi. Ovviamente l'esito sarebbe la Terra Promessa, quella che ci avevano garantito con l'Euro, ma che, per qualche imponderabile fattore (ci sono indagini in corso...), non ha dato i risultati sperati. Una delle chicche straordinarie di questo accordo è il cosiddetto Isds (Investor state dispute settlement). Si tratta di una sorta di arbitrato unico internazionale per dirimere le controversie fra Stati e Società Multinazionali. Risultato: se l'Italia ritenesse che Alpha Corporation spaccia porcherie ogm o cibi violanti le soglie minime di sicurezza non potrebbe rifiutarsi sic et simpliciter di consentirne lo smercio (sarebbe una soluzione medievale, da stati sovrani), ma dovrebbe accettare di sottoporre la vexata quaestio a un arbitrato internazionale e digerirne il verdetto. Bene, in Francia le opposizioni (di destra e di estrema sinistra) hanno proposto e ottenuto il placet a una risoluzione che chiede alla Eccellentissima Commissione Ue di abolire la clausola Isds. E in Italia? Renzi ha ribadito che il Ttip ha l'appoggio totale e incondizionato del governo italiano. E chi aveva dubbi? Sempre in prima linea se c'è da piegare la schiena.
IL PARTITO DEMOSCOPICO
Il bulletto e la sua banda di aggraziate valchirie, per quanto palesemente sprovveduti, per quanto apparentemente innocui, per quanto probabilmente eterodiretti (a loro insaputa, s'intende), non si fanno mancare mai la perfidia quotidiana dello spaccone. Oggi è un tweet, domani una battuta, dopodomani un calembour partorito dalla legione di spin doctor sguinzagliati dietro le quinte. Non fosse per la protervia, sarebbero persino divertenti. In fondo, eravamo caduti così in basso, con la destra e la sinistra post tangentopoli, che pareva quasi una immeritata ricreazione l'invasione inaspettata degli ultracorpi (supppperggggiovani). Però, quando ti accorgi quanto facciano sul serio, qualche brivido sulla schiena ti corre. Questi qua pensano davvero di poter sventrare la costituzione italiana a colpi di maggioranza. Il pudore è un concetto ottocentesco non contemplato dai loro dizionari di quaranta parole. Basterebbe poco per provare la giusta vergogna e ritirarsi in buon ordine. Basterebbe compitare, con buon ordine, l'esemplare lista di controindicazioni alla supponenza riformatrice renziana: 1) Renzi non ha mai preso parte a un'elezione politica nazionale; 2) Renzi è stato eletto Presidente di una Provincia e Sindaco di un Comune 'blindati' dove avrebbe vinto anche il Gabibbo se si fosse presentato al suo posto; 3) Renzi non ha mai chiesto e ottenuto un'investitura popolare sul programma di ingegneria costituzionale che ora porta avanti; 4) il partito democratico ha perso le elezioni del 2013, per ammissione del suo stesso leader di allora; 5) l'affluenza a quelle elezioni è stata del 75%; 6) il partito democratico ha ottenuto il 25,42% di consensi alla Camera e il 29,33% al senato; 7) il partito democratico ha partorito due governi solo grazie alla stampella di un pezzo schizofrenico della compagine avversaria (una volta si chiamava ribaltone, ma è rimasta comunque una cosa infingarda); 8) ergo, Renzi e la sua squadra di farfalle stanno radendo al suolo le fondamenta della nostra malmessa democrazia in rappresentanza di meno di un italiano su sette. Ma loro possono farlo, tranquilli. Parlano sempre in nome del paese, ne auscultano gli umori, ne interpretano la pancia. Non sono politici, ma sondaggisti ambulanti, che sanno ciò di cui abbiamo bisogno prima ancora che glielo domandiamo. C'erano tanti partiti, ma ne resterà uno solo, il loro ovviamente. Il Partito Demoscopico.
THE ISIS HORROR PICTURE SHOW
I nostri padri avevano il capitale più le rivendicazioni operaie più la lotta di classe più le brigate rosse più il terrorismo nazionale. Totale: paura. Noi abbiamo avuto l'undici settembre più Al Qaeda più la guerra al terrorismo più le armi di distruzioni di massa più la globalizzazione più l'invasione dell'Irak e dell'Afganistan. Totale: paura. Ora abbiamo l'islamismo radicale più l'Isis più l'estremismo mussulmano più i tagliatori di teste più il califfato più le bande nere di Boko Haram più la jiahd mondialista. Totale: paura. Un momento. Dove sono finite le angosce degli anni Settanta e i luoghi comuni di cui si nutrivano, le password che le attivavano, i tic nervosi che suscitavano nel telespettatore medio (molto meno 'bombardato' di noi, ma già condizionato a sufficienza)? Evaporate come neve al sole. Puff! Scomparse. Eppure, manco quarant'anni fa, lo scontro borghesia-proletariato era la madre di tutte le battaglie. Ci sbagliavamo. Era solo una tentacolare psicopatologia collettiva, implosa su se stessa una volta svanite le energie mentali di chi ci credeva e di cui essa si alimentava. Oggi, in compenso, abbiamo un altro horror movie dove domina il nero dei turbanti barbuti anzichè il rosso delle rivoltelle comuniste. E, come ieri, l'etere è invaso dalle 'nuove' parole d'ordine ripetute all'infinito così da creare un'altra matassa gommosa di bile e nevrosi di massa, un blob che si autoricarica coi nostri incubi privati e con le nostre pubbliche paranoie. Dissolto un nemico, se ne profila un altro all'orizzonte, più spietato del primo. Il mondo cambia, la storia gira, ma siamo sempre daccapo in un Monopoli dove, fra troppi imprevisti letali e poche probabilità di sfangarla, il solo motore immobile (e certo) è la Paura. Ne siamo schiavi, come un tossico della roba. E c'è sempre 'qualcuno' pronto a rifornirci.
domenica 8 febbraio 2015
DEMOCRAZIA DI DEFAULT
I greci (e noi, di riflesso) hanno per le mani un’opportunità
irripetibile che richiede una suprema dose di incoscienza. Tsipras ha la
micidiale presunzione del ‘tanto peggio tanto meglio’, insufficiente però a realizzare
un’impresa che di coraggio non ne esige molto, ma troppo. Intanto si chieda se sia
minimamente digeribile, oltre che politicamente dignitoso, sorbirsi, il giorno appresso a una strepitosa
vittoria elettorale, i sermoncini propedeutici alla frusta di una francese, di
un olandese e di un italiano: “Non possiamo fare categorie speciali per questo
o quel paese” (Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario
Internazionale); “ad Atene è già stato concesso molto” (Jeroen Dijsselbloem,
presidente dell’Eurogruppo); “ci vogliono misure volte a migliorare
l’efficienza dell’amministrazione fiscale” (Mario Draghi, presidente della
BCE). E’ tollerabile da un uomo di media statura intellettiva e di menomo senso
civico che tre soggetti stranieri in tutto e per tutto (perché alieni di
lingua, cultura, tradizioni, cittadinanza) dettino le regole agli ‘eletti’ della
comunità di cui quell’uomo fa parte? La risposta è no. Si tratta di intrusioni
irricevibili che gridano vendetta alle orecchie di chiunque abbia mai
masticato nozioni base di democrazia. Concetti,
fra l’altro, scaturiti proprio da una terra di cui i Mercati internazionali hanno
fatto strame. La Grecia, culla della democrazia, ne sarà la tomba? Forse no. C’è
un paradossale cortocircuito spazio-temporale con gli albori della civiltà
ellenica e disponiamo pure della password per attivarlo: ‘debito’. Le prime poleis dove fermentò il rivoluzionario
progetto di autogoverno che mandava in soffitta la sottomissione a un sovrano-dio
non erano poi così perfette. I contadini poveri che non riuscivano a rimborsare
i prestiti ai proprietari delle terre migliori, divenivano ‘schiavi per debito’
o, se preferite, ‘schiavi del debito’, perdevano la cittadinanza e i loro corpi
si tramutavano in oggetti di proprietà del creditore. Ecco perché gli altezzosi
richiami del terzetto Lagarde-Dijsselbloem-Draghi innescano un vertiginoso deja vu. I greci odierni hanno abdicato
al dominio sui propri destini, sulle proprie autonomie, sui propri stessi corpi
e quindi sono, di fatto, schiavi del debito alla pari degli antichi e bucolici
progenitori dell’Ellade. Ciò che Tsipras &
supporters non hanno compreso fino in fondo è che il peccato di cui si sono
macchiati, anzi marchiati, è persino più grave dello sperpero compulsivo,
dell’evasione congenita, dell’amministrazione cialtrona di cui li tacciano i nuovi
padroni dell’agorà globale. La colpa primigenia è di aver accettato un format
che contemplava la dipendenza coatta dalle
scelte altrui per fornire di pane e companatico i propri figli. Katerina
Giannaki, membro del Sae, il Consiglio dei Greci all’estero, ha
meravigliosamente sintetizzato la tragedia greca: “Siamo stati una cavia di un
sistema economico finanziario che non funziona più. Anziché ridarci i soldi per
ciò che ci hanno fatto nel 1945, così come l’eroe Manolis Glenzos ha chiesto
ufficialmente al Parlamento europeo, i tedeschi oggi pretendono ciò che noi non
potremo mai dare”. Gli elettori commossi
e commoventi che manifestano in piazza Sintagma non colgono quanto rischino di
risultare inani gli sforzi del loro nuovo paladino nel momento in cui la borsa
di Atene crolla di dodici punti e i titoli del debito decennale sfiorano o
sfondano rendimenti del nove per cento. Varoufakis va a Berlino con la schiena
dritta (un accessorio di cui i politici italiani sono fisiologicamente privi),
ma poi, risalito in motocicletta, dovrebbe ripensare a ciò che dice (“Umiliarci
è un rischio, la Germania sa bene che cosa può succedere quando si scoraggia troppo
a lungo una nazione orgogliosa e la si espone a trattative e preoccupazioni di
una crisi del debito effettiva, senza luce alla fine del tunnel”). Rievocare
Weimar è una puntuta stoccata alle smanie egemoniche della Merkel, ma, esaurita
la scossa adrenalinica della sfida, al buon Yanis resta in mano una verità
solida e rotonda quanto le ruote della sua Harley Davidson: lui e l’intera
compagine di governo, premier compreso, sono schiavi ne più né meno (anzi forse
di più) dei loro avi agricoltori di duemila e settecento anni fa. Per le
vittime del debito di allora una via di
fuga fu la Magna Grecia, cioè la colonizzazione delle sponde dell’Italia
Meridionale a cui regalarono le vestigia che ancor oggi il mondo ci invidia.
Schauble, il plenipotenziario in materia economica del nuovo Reich a dodici
stelle su campo blu, ha dichiarato che
“alcune delle misure proposte dalla Grecia non vanno nella direzione che noi
approviamo”. La capacità di resilienza umana è sbalorditiva. Per quanto ancora,
i cittadini greci potranno subire affermazioni di tal fatta dal ministro delle
finanze di un paese terzo che non ha niente a che spartire con la gloriosa
storia greca se non spartirsi (in nome dei potentati che rappresenta) le
spoglie residue di un paese saccheggiato? Veniamo all’opportunità che si presenta
al vincitore delle elezioni. È chiara per Syriza? Sicuramente sì, soprattutto
dopo che l’ineffabile capo della BCE ha promesso che non alimenterà più il
debito di Atene con nuovi acquisti di
titoli battezzati alla stregua di junk
bond dalle agenzie di rating. Però ci vuole un supplemento di fegato che sconfina
nella temerarietà brutale. Tsipras, a suo modo, deve cavar fuori da se stesso
un’energia e una sfrontatezza decuplicate rispetto a quelle congenite. Deve
oltrepassare se stesso, arrampicarsi sulle spalle dell’uomo e del politico che
fu, ritagliarsi una smisurata levatura di statista a cui lui stesso, per ora, non presta fede. Eppure
potrebbe farcela, perché è in momenti topici come gli attuali che dai limiti di
persone ordinarie si palesano le illimitate virtù di uomini straordinari. In
fondo, se è approdato all’incrocio dei venti del destino continentale, un
motivo ci sarà. Forse Tsipras saprà scoprire dentro di sé lo spudorato furore
di oltraggiare ciò che, nella declinante civiltà occidentale, è il Mito per
antonomasia, il Moloch sotto il quale la politica piega, tremebonda, i ginocchi:
la Finanza, la Borsa, i Mercati. D’altra parte, non ci sono alternative. Non si
può essere schiavi a gettone, servi della gleba a forfait, succubi a giorni alterni. Tsipras e i suoi sanno che chi
ciancia di dilazioni, piani di rientro, rateazioni, alleggerimenti pro crescita
sono solo i poliziotti buoni di un sistema cattivo. Quel debito non è
estinguibile per definizione e quindi, da qui all’eternità, gli epigoni del
Partenone dovranno sfiancarsi non per finanziare un welfare, supportare le
generazioni a venire e sostentare la comunità di appartenenza, ma per rifondere
ad anonimi creditori gli interessi sul prestito. Una sorta di Tirannia
dell’Usura, con le vecchine ravananti nel pattume a far da prefiche al feretro
di una democrazia defunta. Ergo, quando la brigata Kalimera ellenica urla “No
ai ricatti, non soccomberemo”, sta indicando al suo Masaniello l’unica via
percorribile: il default. Fallire e poi ricominciare. Dichiarare bancarotta,
rifiutarsi di onorare i debiti in essere e, contestualmente, una volta
scollinato il gran premio della montagna dell’improntitudine, annunciare al mondo
che la Grecia si riprende il futuro, esce dall’euro e torna a casa propria a
leccarsi le ferite. Ne pagheremmo lo scotto anche noi? Certo, quaranta miliardi
di euro buttati nel fosso, ma significherebbe aver finanziato, per una volta,
non l’ingordigia di Goldman Sachs, ma una sacrosanta rivoluzione con dividendi
eccezionali: una pietra di scandalo inimmaginabile, capace di mandare in
frantumi la Neurodeliri, cioè il regime
finanziocratico fondato sul debito. A Tsipras diranno che dietro il default c’è
la morte (è il ricatto retorico dei minus
quam eurofili). Se Alexis saprà smascherare il bluff e attaccherà al muro
il mostro, cioè la paura, si accorgerà che non è vero: la morte ce l’aveva già
in casa e si chiamava debito. L’unica via d’uscita è incenerirlo e riprendersi
la libertà.
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