domenica 15 marzo 2015

L'EURISTICA E L'EUROMISTICA

Arriva la primavera, gli uccellini cinguettano sui rami, le rondini tornano dall’Africa e il Corrierone si sveglia da un lungo letargo scoprendo l’America e cioè che in Europa, forse, c’è un deficit di democrazia. Ci scusiamo con i clienti per il ritardo (ventennale), ma è un’intuizione che merita la prima pagina e un’articolessa del nostro editorialista di punta. Così, il 15 di marzo, il professor Panebianco viene sparato di spalla con un pezzo dove ci spiega che i famosi patti intergovernativi (i trattati su cui si regge l’Unione e a cui soggiacciono gli Stati) confliggono con l’esigenza che gli esecutivi di ciascuno Stato, in ossequio al principio di democrazia rappresentativa, rispondano invece ai loro elettorati. Okay, facciamo pure finta di essere sorpresi, non ce n’eravamo accorti e per fortuna che il Corriere ci ha fatto lo scoop. Ma non è questo, pur significativo, l’ingrediente succulento dell’articolo.  È, piuttosto, quest’altro: “Un’uscita della Grecia dall’euro sarebbe una catastrofe per l’Europa, dicono quasi tutti. E se lo dicono quasi tutti sarà vero”. In due righe strepitose l’involontaria fotografia di un’epoca dove le idee e le convinzioni non sono frutto di una meditata informazione, di un’analisi dei dati, di una lettura dei trattati, ma del ‘si dice’. E siccome lo dicono tutti, significa che è vero, ci ammonisce uno dei nostri commentatori di riferimento. Questo è il mondo di cui siamo parte, parzialmente colpevoli e parzialmente vittime: colpevoli di un’invincibile pigrizia e vittime di un’ingestibile complessità. Da un secondo all’altro si affastellano troppe variabili, troppe conoscenze, troppe fonti (apparentemente) indipendenti di quelle  stesse conoscenze e così il cervello va in tilt. Non lo diciamo noi, lo dicono i fondamentali degli studi di sociologia. La cifra della post modernità è proprio l’iper complessità che manda in cortocircuito i neuroni. Al punto che persino gli opinionisti, che dovrebbero decifrare per noi la realtà, si adagiano sulla comoda amaca del gossip: lo dicono tutti, ci sarà pure un motivo. Questo stratagemma cognitivo, studiato dalla psicologia sociale, si chiama euristica ovvero ‘scorciatoia del pensiero’. Non c’è niente di male, o di strano, è un noto processo di difesa dalla complessità che, anzi, potrebbe suggerire un neologismo interessante: l’euromistica, id est l’euristica declinata sui temi europei o, se preferite, lo sguardo mistico applicato al discorso sull’Europa Unita che è perché deve essere, tipo le apparizioni mariane che danno per scontata la Madonna.  Comunque sia, e comunque vogliate definirlo, ciò che spaventa di un simile approccio è che diventi la categoria ermeneutica per eccellenza anche di chi, per mestiere, dovrebbe orientarci. Nell’articolo citato, ci sono anche altre chicche del genere: “Grexit, dicono tante voci autorevoli, sarebbe un disastro. E chi siamo noi per dubitarne?”. Capito? Dunque, una delle voci più autorevoli in circolazione sposa la vulgata corrente perché altre voci autorevoli (quali? Quante?) la accettano. È l’apoteosi dell’autoreferenzialità. Il sistema vive di voci, si alimenta di pettegolezzi da barbiere, e i ‘cani da guardia della democrazia’ (epiteto agognato dai giornalisti d’antan) proprio a quelle voci si rifanno per dare un prezioso parere. A dirla tutta, è un meccanismo logico persino peggiore di quello fatto proprio  dai complottisti e tanto vituperato dalle penne ‘per bene’. Per lo meno, il complottista muove da elementi oggettivi e inconfutabili (di cui è fanatico), li mette in fila come perline e poi ci ricava, o ci  ‘vede’, una collana da strangolamento, vale a dire un disegno superiore volto al male. Chi imbocca questa china, di solito, si becca del paranoico, anzi del ‘cospirazionista’ (l’insulto prediletto dai seguaci del Pensiero Comune Condiviso), ma, se non altro, ha il merito di salpare dal molo concreto dei dati di realtà prima di approdare  all’isola astratta delle ipotesi dell’irrealtà. L’euromistico, invece, perviene a conclusioni ‘realistiche’ impastate di common sense  partendo dalla matassa irrealistica  e nebulosa delle chiacchiere da cortile. Innescando così quei fenomenali soliloqui tautologici di cui si riempiono la bocca (e ci riempiono le orecchie) molti  politici di spicco e intellettuali di rango: non si può uscire dall’Europa perché non si può uscire dall’Europa; il distacco dall’euro sarebbe una catastrofe perché sarebbe una catastrofe; gli euroscettici sono antistorici perché vanno contro il corso della storia. Oppure, nella variabile più colta e raffinata: la Grecia non può uscire dall’Euro perché sarebbe una catastrofe e sarebbe una catastrofe perché lo dicono tutti; oppure: se tutti dicono che uscire dall’Euro sarebbe una catastrofe ci sarà ben una ragione? ‘È meglio vivere senza catastrofi che con le catastrofi’ chioserebbe il mitico Catalano di Quelli della Notte. Ecco, ci siamo trasformati tutti in ‘Quelli della Notte della Ragione’ e abbiamo disimparato a imparare oppure appreso ad apprendere le bufale autocertificate dai media, bufale DOC (Depurate di Ogni Concretezza). Però non scoraggiatevi. Non dovete per forza trasformarvi in complottisti per sfuggire alla trappola dell’euromistica. Vi basta separare il grano dal loglio, setacciando la grana grossa delle ‘notizie’ inutili (che raccontano senza andare alla radice) e trasformando voi stessi in giornalisti self help, surrogandovi così nel ruolo cui la Grande Stampa ha abdicato. Ad esempio, non serve attendere che il Corriere annusi il profumo delle viole per capire che l’Unione è una struttura intimamente a-democratica o, a dir meglio, oligarchica per vocazione. Vi basta cliccare sul sito ufficiale della Ue dove albergano autentici deliri giuridico-istituzionali del tipo che,  ai sensi dell’art. 289 del TFUE, la Commissione, un organo di ventotto soggetti di ventotto idiomi differenti, rigorosamente non eletti, fa le ‘leggi’ (chiamiamole così per comodità) che il Consiglio della Ue poi approva, mentre il Parlamento (unico organo eletto) può approvare o respingere i testi sottopostigli epperò, se  li respinge, il Consiglio non è obbligato a tenerne conto. Chiudiamo con un monito tratto dal corsivo di Panebianco: “Conta poco il fatto che nella propaganda antieuropea ci siano, oltre a qualche verità, anche diverse bugie”. Ha ragione il professore. Conta molto di più che nella propaganda euromistica ci siano, oltre a pochissime verità, una caterva di menzogne.

SPIRITO DI CORPORATION

Ma, stringi stringi, questo mondo globale che abbiamo per le mani e di cui la UE è una delle roccaforti sperimentali a chi giova così tanto? Chi ne trae i ritorni più allettanti? L'uomo della strada? L'impiegato? Il commesso?  L'insegnante? Il celebre 'idraulico polacco'? Non scherziamo. Gli uomini normali fanno lavori in prestito, cioè prestano braccia e menti a un titolare, si logorano di stress, mettono via qualche euro se gli va bene, una volta depurati i guadagni di un considerevole giogo fiscale. Chi  è invece che  lucra i dividendi veri del sistema, sbancando il banco, per così dire? Le corporation,  le grandi imprese transfrontaliere, quelle che godono della prerogativa miracolosa della multilocazione così come Sant'Antonio si beava del dono dell'ubiquità. Esse sono ovunque, più solide e forti di uno Stato, e dunque pagano 'legalmente' le tasse dove cappero gli pare, specie se lì il fisco è un peso piuma. Jim Stewart, esperto di finanza e tassazione di impresa al Trinity College di Dublino, ha spiegato a Panorama come funziona uno dei tanti trucchi da prestigiatore che ha come teatro l'isola di Joyce: le Megaditte fissano la sede in Irlanda e si fanno controllare da un'altra società domiciliata, metti caso, alle Bermuda. Poi, sfruttando una triangolazione di norme Irish style, veicolano nel paradiso fiscale  il 99,8% dei guadagni. L'uno virgola due per cento se ne va in tasse (e se ne lamentano pure). Postilla: i cosiddetti Ceo di queste tentacolari entità sono gli stessi venerati come guru dalle cupole di Bruxelles e dai feticisti della vaselina della globalizzazione: la  competitività. Sono i medesimi che sfruttano il lavoro precario regalatogli dalle 'riforme strutturali', fanno la morale sull'austerity e beneficiano delle norme  scritte per 'agevolare' gli utili dei Mammuth e bastonare quelli dei lillipuziani. L'Europa è Unita (quasi solo) da questa irresistibile tentazione di assecondare i pruriti di chi, in definitiva, la possiede, e sta ad essa come lo spirito al corpo.

DA MANI PULITE A MANIPOLATE

Fermo il principio di non colpevolezza, proviamo a riassumere in un sillogismo i risultati dell'inchiesta di Trani contro le agenzie di rating per manipolazione dei mercati. Nel gennaio 1994 l'Italia firma un contratto quadro con Morgan Stanley riguardante un complesso di 'derivati'. Il contratto ha una clausola di estinzione anticipata. La clausola prevede la risoluzione anticipata  dei vari contratti in 'derivati' nel caso in cui Morgan Stanley si trovi esposta nei confronti dell'Italia oltre una certa soglia legata al declassamento dell'Italia da parte delle agenzie di rating. Nel 2011-2012 l'Italia viene declassata da Standard & Poor's. Morgan Stanley batte cassa e l'Italia paga, sull'unghia, 2,5 miliardi di euro in ossequio al famoso codicillo del contratto di circa vent'anni prima. Secondo la European Securities and Markets Authority (Esma) Morgan Stanley è tra i soci di Mcgraw-Hill financial a cui fa capo Standard & Poor's. Aristotele, a questo punto, ci metterebbe dieci secondi a mandare a dama il ragionamento. Secondo il Pubblico Ministero di Trani, Michele Ruggiero, che indaga  sull'agenzia Standard & Poor's  per manipolazione di mercato, i declassamenti che subì l'Italia, all'epoca, non erano giustificati dai macrodati economici. Persino l'attuale ministro dell'economia Padoan ha detto che le 'retrocessioni' patite dal paese non stavano in piedi. Però, quelle bocciature determinarono il pagamento di una somma monstre a Morgan Stanley che pretese la restituzione del prestito dopo un down grading deciso da una corporation di cui Morgan Stanley faceva parte. E soprattutto, un governo andò a gambe all'aria e fu sostituito da tecnici, venuti da Marte, perfettamente allineati ai desiderata dell'Europa. Verrà un giorno in cui ci interesseremo non solo (in sede giudiziaria) della manipolazione subita dai mercati (poveri cuccioli), quanto piuttosto (in sede storiografica) della manipolazione subita dalle democrazie. Abbiamo nostalgia di quel futuro.

ACQUA AZZURRA, ACQUA CHIARA

Apprendiamo che in Sicilia  17 comuni su 43 della provincia di Agrigento, spinti dal Forum dei movimenti, si sono rifiutati di cedere la gestione della acque pubbliche ai privati in ossequio a un referendum popolare di qualche anno fa. E si scopre che le reti idriche in mano ai privati (nei paesi di Sciacca, Casteltermini, Grotte, Siculiana) hanno un costo medio del servizio doppio rispetto ai centri gestiti dalla P.A. (Agrigento, Ravanusa, Ribera). Forse nei primi, il tocco taumaturgico del mercato fa zampillare dai rubinetti acqua effervescente naturale o poverissima di sodio o ricchissima di integratori.  Sta di fatto che ora alcuni siciliani   pagano il doppio (rispetto ad altri corregionali)  una cosa pubblica per definizione (per natura, oseremmo dire), ma così assaporano il dolce gusto  della Concorrenza e quello 'salato' di bollette da paura. Facciamo un passo indietro, che aiuti a capire.  La famosa lettera della BCE al governo Berlusconi, nel 2011, era composta da 39 punti che contemplavano il saccheggio organizzato, la rapina scientifica, dei beni pubblici e dei poteri sovrani della Repubblica Italiana. Il venticinquesimo punto era una domanda: "È possibile ottenere maggiori informazioni che spieghino quali provvedimenti di riforma si pensa di varare nel settore delle acque, malgrado i risultati del recente referendum?". Insomma, davano per scontato che il Governo italiano facesse il contrario di ciò che avevano deciso i cittadini di quel paese. Niente di strano. Questo è lo stile e la cifra dell'Impero. L'aspetto più sottile e meno visibile trapelante dal quesito (e dall'intero papello)  è l'Idea forte innervante tutta la struttura comunitaria, che ne anima e  insuffla la mission, gli obbiettivi e i provvedimenti: la convinzione, cioè, che il mercato libero è necessariamente buono e che i privati fanno bene ciò che  il 'pubblico' fa male. La concorrenza alza la qualità e abbassa i prezzi, mentre la mano pubblica fa solo danni.Ma c'è chi non la beve.

GENTE DI DUBLINO

Da noi vogliono la grana. Tanta, maledetta e subito. Che ce la chieda il MES o il PAC o la BCE, all'Europa interessano i nostri soldi. Se vi capita, per caso, di svegliarvi dal torpore dell'indignazione a gettone (quella che vi fa odiare i dannati politici nostrani, ladri, corrotti e farabutti), andate a curiosare tra le cifre del saldo dare-avere tra noi e la UE. Nel decennio 1995-2006 (fonte Eurispes) abbiamo dato 135,30 miliardi di euro di 'contributi' e ne abbiamo ricevuti (come fondi generosamente concessi) 105. Sbilancio a nostro favore di 30,3 miliardi. L'idrovora comunitaria non è mai sazia di piccioli però ci lascia volentieri gli esseri umani. Siccome la UE  è un sogno fondato sui sacri principi della solidarietà e dell'uguaglianza e della libertà di iniziativa economica (quei valori che mandano in sollucchero il Renzi quando spara i pistolotti europeisti in TV), allora, se si tratta di migranti, Sua Maestà si scopre magnanima. E ci prega di non insistere che non ne vuole manco uno, di sbarcato. L'Italia sia orgogliosa della lunga tradizione di ospitalità che la connota. E hanno trovato persino il codicillo per imporcelo: la Convenzione di Dublino del 1990 impone allo stato in cui approda un disperato di schedarlo, prendergli le impronte e dargli asilo. Ma non solo. Se poi il derelitto abbandona le italiche sponde preferendo altri paesi come la Svezia, l'Olanda, la Germania, viene ricacciato da noi in forza della Convenzione di Ginevra del 1951 che recita, più o meno: chi non può essere ricondotto nel paese d'origine da cui era perseguitato deve essere riaccompagnato in quello di prima accoglienza. E quale sarà mai? Ogni anno quindicimila profughi vengono rispediti nello stivale, inevitabile terra d'aiuto.  Diabolicamente astuta l'Europa: da noi vuole la grana, mica le grane.

CHE NON MI SENTA LA PRESIDENTA

Questa mattina al risveglio, togliendo la pigiama, mi sono reso conto che stavo ancora vivendo la dramma iniziata ieri sera quando ho letto le ultime dichiarazioni della Presidenta Boldrini: "smettetela di chiamarmi Signor Presidente, non sono un uomo". Sono avvampato di vergogna, mi sono sentito inadeguato e stupido. Anche indegno di avere un rappresentante istituzionale (la terza carica dello stato!) che non merito. Nonostante io abbia studiato e abbia preso una diploma di maturità sono un ignorante totale che non capisce la sensibilità e il livello di acume di questa nuova era. E così è sorta in me una dilemma. Sono l'unico rozzo bifolco della pianeta, sono la emblema del politicamente scorretto oppure è la sistema ad essere intrinsecamente idiota?  Fuori, la clima stranamente estiva di questa coda d'inverno mi invoglia a uscire, ma non lo faccio. In me c'è una magma di emozioni contrastanti che non vuole saperne di chetarsi. L'unica cosa di cui sono sicuro è che la Presidenta è la stemma di una società diversa, più raffinata, più intelligente, più rispettosa delle persone (e quindi delle parole), insomma di una rinnovata civiltà. Come lei sia riuscita ad arrivare a quelle vette per me resta una enigma. E per quanto dal mio cuore sgorghino sentimenti tumultuosi che vorrebbero tradursi in una poema per cantare le sue lodi, non ci riesco  e torno sempre alla stessa schema maschilista e vecchia. Forse dovrei cambiare la paradigma del mio mio modo di pensare prima che sulla mia povera persona si scagli la giusta ira della Presidenta. E la sua spietata anatema.

I MODERATI, I PROGRESSISTI E LA BI-ZONA DI ORONZO CANA'

Stando alle rivelazioni di un noto quotidiano di centrodestra, Berlusconi sarebbe infuriato con Salvini per la sua inaffidabilità. A quanto pare, il casus belli  è l'atteggiamento di ostentata indifferenza del Matteo leghista rispetto alla squadra che dovrà affrontare e sconfiggere Renzi alle prossime elezioni. Salvini si ostina a parlare di contenuti e a mettere in evidenza che non gli frega nulla di chi si accompagnerà al suo progetto, basta che sia d'accordo sui punti fondamentali. Questa ostentato menefreghismo rispetto alla casacca gli ha permesso di fare il pienone a Roma (dove una volta i leghisti dovevano camminare in incognito per non essere lapidati), di avere al suo corteo Casa Pound, epitome del nazionalismo 'di destra' (che un tempo aborriva il federalismo leghista) e di vantare tra gli intellettuali di riferimento un giovane filosofo marxista sveglio e preparato come Diego Fusaro. Diciamo che, lo si apprezzi o meno, lo si voti o no, Salvini e uno dei pochi leader ad aver capito che lo steccato destra-sinistra, socialisti-popolari e una 'cagata' assoluta come la corazzata Potemkin di Paolo Villaggio. O meglio, è una tecnica di manipolazione  talmente vecchia, così obsoleta e abusata che son rimasti solo pochi poverini a crederci davvero. Eppure Berlusconi ci conta ancora e non si dà pace perchè il leader padano non vuol prendersi la maglietta di centravanti della sua Nazionale Cantanti Moderati. Pensare che ha già fatto la formazione: Silvio regista, Salvini di punta, Alfano mediano, la Meloni fantasista, persino i montiani possono andar bene e anche Passera. Basta che siano disposti a giocare per l'Atletico Centro Destra contro la Dinamo Centro Sinistra. Due zone ben precise nell'agone politico. E guardate che i maggiorenti di Forza Italia, a differenza del capo (che sa bene quanto i programmi del suo partito siano sovrapponibili, nella sostanza, a quelli di Renzi) ci credono sul serio. Pensano ancora che bisogna aggregare l'area moderata del Paese. Da morir dal ridere. Solo la b-zona di Oronzo Canà è più ridicola di loro.