lunedì 20 luglio 2015

BCE- BEFANA CENTRALE EUROPEA


BCE – BEFANA CENTRALE EUROPEA

Dai che ce la possiamo fare. In fondo, non è poi così diverso da quando eravamo bambini e, un bel giorno, non ci siamo più fatti infinocchiare dalla bufala della befana. Magari abbiamo guardato il bocchettone dell’aspiratore o la cappa del camino e ci siamo detti: “no, da lì un’anziana col sacco pieno di regali non ci passa manco a spinta”. E siamo rinsaviti. Allora proviamoci con la barzelletta dell’indipendenza delle banche centrali. Avete presente il recente casino ad Atene, quando hanno staccato l’ossigeno liquido dalle fessure dei bancomat e i greci hanno scoperto che si può morire anche senza le bombe? Ecco, quella decisione è stata presa dalla BCE che ha inibito agli ellenici l’Ela, cioè la liquidità d’emergenza in grado di tenere in vita le loro banche, cioè le loro vite in banca. Una scelta straordinariamente ‘politica’, machiavellicamente ‘politica’, nel senso più duro e puro di un termine dall’etimo, guarda caso, greco. Polis vuol dire città. E la BCE, staccando e riattaccando la spina, rispettivamente  prima del referendum e dopo che Tsipras si è genuflesso, ha fatto una scelta eccezionalmente faziosa, tale da incenerire le città, con le persone dentro.  Eppure, nessuno ha fatto un plissè. Perché, cretino che sei, ti spiegano quelli ‘studiati’, gente che, a tre anni, mangiava libri di economia col Nesquik, la BCE, come tutte le banche centrali, è indipendente. Allora, facciamo uno sforzo e proponiamo un test a risposta tripla per scoprire la verità. Domanda: come fanno quelli della BCE e di qualsiasi banca centrale a essere ‘indipendenti’ in un mondo di esseri mortali in cui non esiste una sola scelta che non sia di parte? Risposte possibili (abbiamo scelto solo le più razionali, altrimenti ci tacciano di elaborare teorie della cospirazione): 1) i componenti delle banche centrali sono avatar angelicati, le reincarnazioni immacolate di qualche buddha; 2) i componenti delle banche centrali sono cyborg dotati di autoconsapevolezza, ma non della dannata propensione troppo umana di ‘dipendere’ sempre da qualcosa o da qualcuno; 3) i componenti delle banche centrali sono alieni, approdati da qualche dimensione parallela e, in quanto tali, per natura indipendenti dalle cose terrestri. Se nessuna delle tre risposte vi convince, allora mi sa che dovete tornare bambini e ricordarvi di quando, un occhio al camino e uno alla scopa, avete  liquidato la befana: “sei troppo grossa per passare da quel buco”.

Francesco Carraro

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lunedì 13 luglio 2015

ALEXIS NON EXIT


Preferireste la schiavitù o la morte? La schiavitù, è ovvio. In questa domanda e nella risposta che ne segue sta tutta la spiegazione del dramma ellenico e del perché un leader pur coraggioso, pur sfrontato, pur intelligente, come Tsipras, alla fine ha accettato di piegare la testa e di far soccombere la sua terra a un destino non più recuperabile. Un destino in cui la svendita del gioielli della nazione, del futuro dei suoi giovani, delle aspettative dei suoi anziani non è neppure il lato peggiore della faccenda. Il lato peggiore è immateriale perché non tangibile, né valutabile al contrario degli scali del Porto del Pireo che verranno regalati a qualche multinazionale. È psicologico, piuttosto, e ha a che fare con concetti astratti,  ma più duri del cemento, che si chiamano dignità nazionale, orgoglio popolare, libertà civica. Sono questi beni, senza prezzo, che Tsipras ha ceduto per sempre spogliando la sua Nazione dell’onore, ma non ci sentiamo di metterlo in croce. La macchina europea è stata ab initio concepita come la trappola perfetta. Prima promesse radiose di benessere e prosperità per indurre i cretini ad entrarci, poi sbarre di titanio per impedire agli stessi di evaderne. Come altrimenti si può descrivere un progetto che consiste nel buttarti in una situazione (la moneta unica), foriera di lutti, quindi di gran lunga più greve di quella in cui ti trovavi, eppure tale per cui la prospettiva dell’uscita è persino peggiore? Preferireste la schiavitù o la morte? Questo è il dilemma a cui i greci si sono trovati a rispondere. E persino Tsipras, che sembrava lo Spartacus  del terzo millennio, si è dovuto arrendere. Perpetuerà l’agonia dei suoi concittadini incatenandoli a un debito che continuerà perpetuamente ad aumentare, insieme ai suoi interessi. E i greci seguiteranno a patire le pene di questo purgatorio-schiavitù di tormenti (l’Europa Unita e la sua moneta) pur di non precipitare in quello che tutti descrivono loro come l’Inferno o la morte (il Grexit). Ma voi che ora godete non crediate di averla avuta vinta per sempre. Verrà un giorno, è inevitabile, in cui troverete un popolo che, tra purgatorio e inferno, preferirà il secondo, tra morte e schiavitù, sceglierà la prima. E allora saranno cavoli amari per tutti.

Francesco Carraro

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NANO-INTELLIGENZA ARTIFICIALE


Notizia riservata. Pare che un’azienda multinazionale con sede a Francoforte abbia realizzato il primo politico pret-a-porter della storia. È un androide multilingue fabbricato con le nano tecnologie in lattice, acciaio e silicio e dotato della famosa AI, cioè l’intelligenza artificiale recante l’imprinting imprescindibile: l’autoconsapevolezza. Il politico in questione ha tutto per sfondare: il kulo della Merkel, la faccia di tolla di Holland, la cattiveria agonistica di Schauble, il sorriso leonardesco di Draghi. Consentirà risparmi favolosi ai paesi che ne ordineranno uno stock. Le nazioni più leste e fortunate porteranno a casa i cloni di un prototipo in grado di disimpegnarsi in qualsiasi tenzone elettorale e in qualsiasi consesso: dai consigli di quartiere al Parlamento europeo. Risparmio assicurato sulle prebende e sugli stipendi perché il robot ha una vita stimata di poco meno di un secolo, basta cambiargli le batterie ogni cinque anni, che è poi la durata media di una legislatura. Ergo, potremo avere anche Camere e Senati di diecimila membri così da far felici gli ingenui che si oppongono al dimezzamento dei parlamentari. Prima di metterlo in commercio lo hanno sottoposto a dei test, presente la nomenklatura dell’Europa e delle Istituzioni che contano. La Merkel è rimasta scioccata dalle competenze e dal pensiero dell’androide, così pure Christine Lagarde del fondo Monetario Internazionale: “è impressionante come questo prodotto dell’ingegno umano sappia sintetizzare le profonde e articolate questioni che consentono a me e ai miei colleghi un’adeguata governance della complessità”. Siamo in grado di riportarvi le risposte fornite dal manichino alle oltre cinquecentomila domande rivoltegli. “Cosa ne pensa del referendum in Grecia?”. E lui: “Un’importante  occasione di democrazia. Spero che all’esito, il popolo ellenico torni a ragionare in una logica di crescita e di riforme strutturali”. “Che ne pensa del processo di unificazione europea?”. E lui: “L’Europa deve cambiare verso. Ci vuole più crescita e più investimenti, ma non si deve trascurare l’importanza della riduzione del debito. Solo facendo le riforme strutturali, tutti insieme, potremo garantire un futuro di pace e prosperità ai nostri figli”. “Cosa ci dice  dell’Italia?”. E lui: “L’Italia  è fuori da ogni problema perché ha fatto le riforme strutturali e agganciato la ripresa. L’Italia  sta puntando sulla crescita”. E via andare. Un genio assoluto in grado di declinare i  contorti dati del mondo in frasi fulminanti, semplici, pregne. Adesso non mettevi a spingere. Tranquilli tutti, che tra poco sarà sul mercato. Renzi ne ha già ordinati duecento esemplari per sostituire l’intero parco attaccanti del suo PD oramai logoro. Pare addirittura che i lacci delle pedule del politik terminator man siano fabbricate da un’azienda italiana. Il nostro premier ha subito twittato: “da qui dobbiamo ripartire, dalle nostre eccellenze”.  Chi volete che gli faccia le scarpe, a uno così?

Francesco Carraro www.francescocarraro.com

FATTI MANDARE DALLA MAMMA A PRENDERE IL LATTE (IN POLVERE)


Quando ti chiedi che cosa può fare l’Europa per te pensa al latte. Il mitico latte delle vacche italiane, ben pasciute, pascolate su prati d’erba naturale, in alpeggi d’alta quota ossigenati dalla brezza dolomitica. Ah, il latte! Col latte ci si fa il formaggio e in Italia puoi trovare i formaggi più buoni del mondo proprio perché in Italia ci sono ancora mucche che si ostinano a farlo liquido. E lo secernono dalle loro mammelle turgide di salute strizzate come si deve da pastori immersi in un bucolico e incontaminato ambiente dove la prima regola è il sapore dei cibi antichi e genuini che tutto il mondo ci invidia. Ma l’Europa no. L’Europa ha deciso che siamo dei contraffattori illiberali e liberticidi che ostacolano la libera concorrenza del mercato e ne infrangono i dogmi liberisti. E così, in quel pensatoio di braccia rubate alla pastorizia che è la Sacra Commissione Unita, hanno pensato bene di porre rimedio allo squallore e hanno minacciato il Belpaese di aprire una procedura di infrazione se non verrà abrogata una legge fascista, la numero 138 dell’aprile 1974, che vieta di fare formaggi a partire dal latte in polvere, quello ricostituito, artificiale che le tette delle mucche italiote non vogliono erogare manco a frustate. C’è poco da scherzare, amici. Quando vi chiedete che cosa può fare l’Europa per voi, pensate al latte e rendetevi conto che ci stanno tutelando. La Commissione è come la mamma: ti minaccia per il tuo bene. E se la mamma dice che col latte in polvere ci si può fare il formaggio, tu devi recepire e consentire. Da oggi, Asiago sintetico e Puzzone di Moena ricostituito per tutti. E se una legge populista li vieta che venga cancellata, porca quella vacca (italiana)! Il nostro ministro per le politiche agricole, Maurizio Martina, credendosi Renzi, ha twittato: ‘Su formaggi e latte in polvere no a diktat UE. Noi continuiamo a difendere  la qualità italiana”. Ma, poco dopo, gli è arrivato un contro tweet del leader e il ministro si è subito messo in ‘riga’: “Oi, non fare il bischero, ho dovuto spiegare alla Merkel che, per sbaglio, ti eri bevuto del latte nostrano. Domattina ci si trova insieme al bar a sniffare una riga di Montasio”.

Francesco Carraro

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PAZZA IKEA


L’undici luglio 2015 seimila dipendenti dell’Ikea hanno incrociato le braccia inventandosi uno sciopero. A sinistra è scattato il panico. E nelle panic room di Via del Nazareno dove ancora allignano gli ectoplasmi della storia comunista e sindacale italiana sono state istituite delle unità di crisi. I lothar di Renzi non si capacitano di quanto siano regredite le classi lavoratrici in due secoli di lotte. Possibile non capiscano? Possibile non siano in sintonia con la Storia scritta in penna d’oro dal Capo Carismatico, sotto i loro occhi? Possibile non leggano i suoi tweet? Si è chiesta la Madia, consolata dalla Boschi con un kottbullar (polpetta surgelata tipica di Stoccolma). Pare di no. La coscienza di classe è proprio andata a puttane ha soggiunto un inviperito Del Rio, mentre provava, per distrarsi, ma senza riuscirci, a montare un comodino di pino silvestre col profilo di Berlinguer. Sarà anche made in Ikea, ma ha una faccia  che deprime ha borbottato. Il boss lo ha incenerito con lo sguardo. Guai a chi tocca l’Ikea e il suo mitico piano per rilanciare la crescita e i consumi. L’aspetto sconvolgente, ciò che manda ai matti il redivivo Magnifico, è proprio che la classe proletaria non realizzi di essere già in paradiso, non comprenda la logica delle riforme strutturali dell’azienda svedese. Che avranno chiesto mai i nordici? Trasformare il premio aziendale fisso in variabile, ridurre drasticamente le maggiorazioni per il lavoro domenicale e festivo, definire un  nuovo sistema di turni che consenta a tutti di guadagnare di meno e lavorare di più. Solo conquiste di civiltà: un piccolo passo (indietro) per i precari, un  enorme passo (in avanti) per il capitale. Insomma, faticare tutti-guadagnare meno, in linea con  la strategia dei partner comunitari. Persino il PSE approva le ricette dell’Ikea, e allora dove minchia sta il problema, perché i sindacati scassano? Perché non stanno dalla parte giusta, quella di chi fa impresa, crea valore, costruisce sogni, per di più montabili a domicilio col fai da te? A un certo punto, uno stagista sprovveduto (uno sfigato con la faccia da nerd, laureato in scienze politiche) si è fatto avanti e ha detto, tra lo sconcerto dell’inner  circle renziano: guardate che una volta funzionava al contrario, la sinistra stava dalla parte degli operai contro il padronato. Com’è finita? Per lo stagista male. Pare ne abbiano trovato i resti dentro un kottbullar gigante.

Francesco Carraro

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IL MIO GROSSO GRASSO MATRIMONIO GRECO


Riassunto della trama per gli increduli. Tsipras ha imposto e vinto un referendum per chiedere ai suoi concittadini se sono accettabili le condizioni da capestro imposte dai creditori internazionali al popolo ellenico per ripagare gli interessi su un debito talmente grasso e grosso da far invidia al celebre matrimonio greco. Gli ateniesi e i loro fratelli dicono di no, con un sussulto di dignità imprevisto e capace di mandare in fibrillazione le borse di mezzo mondo e fuori di testa gli esattori (per conto terzi) domiciliati a Bruxelles. Bene, fatto questo mezzo miracolo, Varoufakis, uno degli artefici, viene invitato a dimettersi perché ‘antipatico’ a Schaeuble, a Dijsselbloem e agli altri compagni di merende dell’Eurogruppo. E Tsipras tace e acconsente. Della serie: squadra che vince si cambia. Come se Bilardo, dopo il mitico gol di Diego all’Inghilterra, nel 1986, lo avesse tolto di squadra nella finale contro la Germania perché el diez stava sul culo ai crucchi. Ma Alexis non si ferma mica. Anziché farsi forte della portata storica dell’evento, anziché incarnare l’intransigenza di Leonida alle Termopili, si trasforma in un Alcibiade qualsiasi e scende a patti col nemico.  Il primo round della trattativa post referendum prevede, come sempre quando c’è da dissetare i Mercati e le loro piovre, più tasse e meno diritti. Anche in Grecia si dovrà lavorare fino alle soglie della tomba (o almeno dell’orrida vecchiezza cantata da Gozzano) e per almeno quarant’anni per potersi godere la pensione. Il tutto per il bene del pueblo unido? Jamas. Semmai per avere un prestito di  54 miliardi che serva a onorare gli interessi su un debito monstre. Quindi, i greci faranno debiti per pagare nuove tasse per consentire allo Stato di contrarre altri debiti che aumentino il debito esistente permettendo di rifondere gli interessi sul debito consolidato. Non c’è male per il leader di una forza ‘di sinistra’. Pensate a come stanno ridendosela, adesso, le banche  già creditrici, liberatesi per tempo dei debiti greci sbolognati agli stati e alle istituzioni europee. Una risata cosmica, una risata  leggendaria, all’idea che, dopo la sbornia di pseudo-democrazia, quei grulli pagheranno  più di quanto avrebbero fatto prima del referendum. Come dite? E dei poveracci del Peloponneso che non arrivano all’inizio del mese chi se ne occuperà? Non c’è problema. Quella stessa risata li seppellirà.

Francesco Carraro

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mercoledì 24 giugno 2015

FERMO IMAGINE

Format di una notte di mezza estate. Da un canale locale, la trasmissione di un festival della musica dove una matrona di colore, forse una grande cantante moderna, preannuncia al pubblico di una città del Nordest italiano, forse Vicenza, la sua personale interpretazione di una delle più belle canzoni di sempre, Imagine dei Beatles. Più bella di sempre se ti affidi alla musica e se, non masticando l’inglese, ti lasci ammaliare da parole straniere e suggestive. Ma la matrona commette un errore: parafrasa il testo della hit, e, in un crescendo di enfatica retorica, ti spiega quanto più bello sarebbe il mondo se si riducesse a un unico villaggio senza più differenze. Ti traduce anche, piuttosto bene, l’inno dei fab four che cappottarono la storia della musica nei favolosi Sessanta. Tu ascolti e ti si gela il sangue nelle vene. Perché il testo di quella canzone è la straordinaria sintesi dell’epoca attuale o, quantomeno, di quella, peggiore, che verrà. La povera interprete, imbevuta di slogan come tanti colleghi di successo, seduce la platea invitandola a immaginare quanto sarebbe più pacifica l'Umanità, e più solidale e coesa, se divenisse davvero come John Lennon & Company avevano immaginato che fosse. Immagina un mondo senza nazioni, un mondo senza colori, un mondo senza religioni. E’ esattamente la meta che ci attende: una Terra scrostata dalle difformità, purgata da ciò che divide, uniformata in una melassa di costumi, pensieri e convinzioni, un globo dove le frontiere si sfarinano e le tradizioni si sfaldano e dove gli Stati cedono il passo a nuove, cosmopolite, elitarie entità, un mondo senza divinità diverse, con cittadini tutti uguali. Questo è il sogno di Paul McCartney e allora capisci che l’inno di una delle bande mitiche del rock, in verità, era solo la reazionaria anticipazione di oggi e non il rivoluzionario fenomeno beat di ieri. Era il jingle della civiltà unificata che sarebbe sorta alla fine della Storia. Proprio quella che si profila all’orizzonte. La prosperosa cantante, nel frattempo, gorgheggia le sue note nel cielo estivo e ti trovi a coltivare un pensiero obliquo: quanto meraviglioso è il suono di quel canto, tanto è orribile il Sogno che ti offre in pasto. Perché quell’Imagine sta diventando realtà. Una realtà senza colori, senza religioni, senza diversità. In una parola, ferma. Anzi, morta.
 
Francesco Carraro