domenica 15 novembre 2015

I FRATELLI KALASHNIKOV


In tempi come questi, in cui si uccide in nome di Dio, fa comodo riesumare le riflessioni di due giganti del pensiero, di epoche diverse, ma fratelli sia nella profondità della condivisa meditazione sulle cose ultime, sia nella somiglianza delle conclusioni cui pervengono. Ci riferiamo a Pascal e Dostoevskij. La scommessa del filosofo francese è nota a tutti: tra credere in Dio e non crederci, tanto vale buttarsi dal lato mistico delle possibili visioni del mondo giacché, se poi Dio non esiste, non ci avremo perso nulla, ma se esiste, ci avremo guadagnato tutto. Quanto allo scrittore russo, gran parte dei suoi capolavori, soprattutto quelli successivi all’esilio siberiano, sono un’unica, ininterrotta dissertazione intorno alla questione (apparentemente) cardinale dell’esistenza di Dio e delle conseguenze che essa, o il suo contrario, producono su un singolo individuo o su una intera società. Alla fine, sia pure attraverso percorsi assai più tortuosi, e affascinanti, rispetto a quelli razionalistici e di puro calcolo di Blaise, Fedor approda agli stessi lidi: conviene credere in Dio, perché senza Dio l’uomo è perduto. Ora, lasciamo per un attimo da parte il numero incalcolabile di morti con cui la fede in qualsiasi dio ha lastricato la storia umana (ultimi della lista, quelli sul selciato di Parigi), e chiediamoci se e in che misura la visione di un Pascal e di un Dostoevskij rechi le stimmate di un fattor comune. Un fattore che rende i due geni straordinariamente attuali e consonanti a talune direttrici di questa specifica epoca storica. La risposta è in un termine che non vale, è ovvio, a sminuire la vertiginosa superiorità intellettuale dei pensatori citati. E quel termine è arroganza. L’arroganza di chi si pone (e pone al volgo), si dà (e dà ai propri lettori) due sole opzioni rispetto alle sorti escatologiche dell’uomo: o Dio c’è (e, con esso, paradiso e inferno) o Dio non c’è (e, con il suo non esserci, ci sono invece il nulla e il nichilismo che ne discendono). Ciò che stupisce in un simile approccio, di cui Dostoevskij e Pascal sono supremi e insuperati modelli, è che non prenda nemmeno in considerazione la fantasmagorica quantità e qualità delle alternative possibili, a proposito del destino in agguato per tutti, una volta varcata la fatidica soglia. Parliamo di alternative prospettate, con le più varie sfumature, da innumerevoli tradizioni esoteriche ed essoteriche e dotate di pari dignità sul piano logico e ipotetico: esse vanno dalla frammentazione della coscienza alla reincarnazione, dalla deriva eterna in un sogno inconsapevole all’ipotesi di un dio cattivo. Ma i pasdaran del dopo non le considerano, non se ne curano. Per loro, o c’è un Dio buono e amorevole o lo stesso Dio non c’è: tertium non datur. Essi sanno già che la scelta è, in fondo, un dilemma a due corni. Ora, l’arroganza non sta tanto nel credere in Dio, ma nel ridurre proditoriamente il ‘Problema dei problemi’, quello delle praterie post mortem, ad un rebus per lattanti. Poi, quel rebus lo risolvono anche e ti spiegano pure quanto migliore sarebbe il mondo se tutti si convertissero alla loro risposta. Forse non ce ne eravamo accorti, ma in questo tipo di coltura alligna una mala pianta.  E stiamo tornando ad assaggiare il sapore dei suoi frutti.

Francesco Carraro

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RADIO SHARIA


A volte, per capire i processi che innescano certi fenomeni dagli esiti brutali, è necessario occuparsi di tutt’altro.  Nei giorni scorsi, un’intervista a don Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, ci ha permesso di raccogliere perle più preziose di un rosario di platino. Il discorso affrontato dal presule verteva sui libri contenenti le esplosive rivelazioni della Vatican spy story. Fior da fiore: “Gli autori di questi libri, le case editrici, diventeranno milionari. Voglio semplicemente dire che l’avete fatto per guadagnare!” Lo urtica l’idea che una persona possa (anche) guadagnare, in termini di vil moneta, da un libro-denuncia di verità scomode alla setta di riferimento. C’è una spiegazione in questa logica bizzarra: al fedele, di qualsiasi chiesa, non sta a cuore la verità in sé, ma la Verità in lui.  Questione di V, come vendetta ma, a seconda del carattere impiegato,  cambia tutto. Infatti, il reprobo che osi contaminare di minuscole verità prosaiche la Maiuscola Verità Poetica del credente, merita la morte. Chi partorisce e veicola ragionamenti siffatti non è sfiorato dal dubbio che sia del tutto legittimo, per uno scrittore, fruire di ritorni  economici oltre che di immagine, fama, apprezzamento per il lavoro di indagine svolto. Al cavalier servente di una fede gratuita e monda dal soldo (quale ogni Fede ufficialmente è), il pensiero del guadagno sulla Verità, con la V maiuscola, è intollerabile. Il problema non è che la sua Comunità sia corrotta dalle fondamenta (come divulgato dai libri di chi si procaccia da vivere scrivendoli) o magari che il saggista spacci notizie false, ma che il medesimo ne ricavi un guadagno scoperchiando magagne vere. Ma la chicca da collezione è un’altra e risiede nella punizione che il fedel d’amore immagina per i peccatori. Una punizione della madonna, davvero: “Voglio semplicemente dire, a chi ha venduto i documenti, a chi li ha comprati… Dico loro che Giuda dopo aver concluso l’affare andò a impiccarsi. Andò a cercare l’albero dove si impiccò.” Fenomenale. Morte incolga chi rivela il marcio del mio mondo, anche se è un marcio vero. In conclusione, però, l’intemerata di Don Fanzaga è carente. Manca, al suo anatema, il coraggio di ammettere che si può discutere di tutto tranne che della polvere dell’oratorio clericale. Allora, egli ricorre all’accusa bizantina dell’intollerabile guadagno sottostante alla colpa. Manca, poi, l’audacia di emettere una fatwa come si deve, sulla falsariga dei ben più ardimentosi mullah islamici. E allora, il nostro invita i rei a fare da sé. Retaggio di un tempo lontano in cui la Chiesa non si sporcava le mani della cenere di un eretico, ma lo consegnava al braccio secolare per l’esecuzione del barbecue. Nelle parole del don resta però, va pur detto, il fascino discreto dell’impiccagione. A cui nessun fedele al mondo, per quanto sia in sonno, riesce a sottrarsi. Oggi, in troppi si stanno svegliando.

Francesco Carraro

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domenica 26 luglio 2015

MA 'NDO VAI SE LA BARBONA NON CE L'HAI


Pensiamo un po’ alle barbe, che ci aiuta. Avrete fatto caso che sono spuntate un po’ ovunque. È barbuto il calciatore, è barbuto il sindaco, è barbuto il commentatore sportivo, è barbuto l’opinionista di grido. Persino la cantante. Ovunque è un tripudio di barboni, più o meno acconciati, lunghi o corti, compatti o striati, ispidi o morbidi. Anche gli intellettuali han capitolato. Li vedi ammiccare dal video con la barba nuova di zecca, la sfumatura cangiante grigio scuro che fa un po’ Old Marx e parecchio New Cacciari. Va bene, ma, stringi stringi, la barba cos’è? Una moda, ovvio. Già, una moda, altrimenti non si spiega perché un orpello di pelo biologico, già simbolo degli espulsi dal contesto civile (non a caso, definiti ‘barboni’), sia oggi un irrinunciabile  atout dei vincenti strafichi. Cosicché sei un barbone sfigato se la barba non te la fai crescere. Insomma, dove vai se la barba non ce l’hai? Dice che bisogna arrendersi, c’è una moda per ogni era come c’è una pazienza per ogni limite, aggiungerebbe Totò. Va bene, ci arrendiamo, non stiamo a crucciarci per il pelo nell’uovo. Ma c’è un ma. E va pur denunciato: si tratta della barba del pensiero. Non la potete vedere o toccare, ma è altrettanto folta e consistente della lanugine da rimorchio. E, come quella, è un tic.   Il tic dei vip, per così dire. Vi si adegua il volgo per fare il verso al Principe e vi si presta il Principe per indicare il ‘verso’ al volgo. Un modo di sragionare appreso, assorbito per osmosi e fatto proprio dalle masse e da chi dovrebbe orientarle, i meditabondi maitre a penser. Partiamo dalle prime per arrivare ai secondi: la percentuale di elettorato che gradisce il PD è, più o meno, la stessa che, fino agli Ottanta inoltrati, votava il PCI. Senonché, il PD col PCI c’entra quanto Belzebù con l’acquasantiera, è un’altra faccenda, un’escrescenza barbuta sbocciata su un corpo di sana e glabra costituzione. Passato dalla venerazione per l’austerità  di vita e di costumi, all’adorazione dell’intensità di crescita e consumi. Badate bene che, grosso modo, parliamo delle stesse persone o, almeno, delle stesse famiglie, figli di genitori comunisti che forse moriranno renzisti. Eppure, la metamorfosi è avvenuta senza scosse, con la stessa disinvolta nonchalance con cui un paese di mascelle senza pelo si è trasformato, nel volger di un mattino, nella terra degli gnomi barbuti. È una moda, non c’è un perché, direte. Ed è vero, ma ci narra anche di quanto evanescenti siano le nostre credenze e di quanto risultino artefatte e pilotate. Milioni di persone già invaghite dell’ascetico, puritano Berlinguer oggi mettono una croce sul PD e quindi sulla Merkel, su Junker e la Lagarde. Dopotutto, sempre di austerity si tratta, no? Solo che lì era un fatto di testa e di cuore, qui è un fatto di pancia e di sfintere. Allora un imperativo etico: non si vive per consumare. Oggi un dovere patetico: si deve consumare per sopravvivere. E gli epigoni del leader ti parlano del bisogno di stimolare la domanda con la stessa spocchia con cui i loro padri disprezzavano l’offerta. Fulminati sulla via di Damasco, si sono scoperti liberali, liberisti e pure libertari, alla Pannella. È un fatto di barba, insomma. Va tanto di moda. Sto dicendo che gli elettori del PD ancheggiano con la movida del momento? Non lo dico io, lo fanno loro e l’intellighenzia di riferimento fa anche peggio. Non c’è niente di più indigesto (a parte certi slogan dei sodali del premier) della plastica adattabilità con cui i filosofi bacchettoni anti sistema si sono trasformati nei paladini dell’era che avanza. Furiosamente inclini a patrocinare le virtù taumaturgiche delle aree di libero scambio, dell’inflessibile flessibilità mortificante i lavoratori che un tempo si piccavano di rappresentare. Tutta gente col pelo sulla faccia (e sullo stomaco) ignara dei motivi per cui dovette traghettare all’altra sponda. Purtroppo, la massa e il guru di riferimento vanno di conserva, entrambi dove li porta il cool. Tanto, non c’è mica da studiare granché per tramutarsi in alfieri dell’economicamente corretto. Basta declinare in varie desinenze il nuovo Verbo: c’è da crescere, da fare le riforme strutturali, da allargare il precariato, da allungare l’età contributiva, da restringere gli spazi di dissenso. Non è difficile, dai, non più di quanto lo sia chiazzare le guance con la peluria del terzo millennio. Gente barbuta sempre piaciuta. Oggi. Ma ieri? Ieri è un’altra storia, il mondo cambia, si deve cavalcare il mutamento, bisogna concorrere con le macro dimensioni del Duemila, mica avvinghiarsi alle micro sicurezze del Novecento. E così ti ritrovi i vecchi arnesi dell’avanguardia proletaria, del potere operaio, della lotta continua che, un po’ stanchini tipo il barbuto Forrest Gump, hanno finito per adattarsi allo Spirito del Mondo. È la moda e solo  la moda paga. I maestri (pur di essere pagati) seguono i diktat della committenza, li ascoltano, li digeriscono e poi sbobinano i compiti per casa: si fanno crescere la barba e discettano sull’ansia del rigore e sulla mistica del debito. Allora la gente vota credendo di scegliere e invece applica i comandamenti ‘barbuti’ dell’Evo Competitivo. Gli intellettuali scrivono illudendosi di decifrare un’epoca e invece si fanno comandare dalle medesime password che indottrinano le masse. È un  circuito vizioso che asseconda le esigenze dei Mercati. Una volta si pensava  a la gauche proprio come, agli albori del secolo breve,  si vestiva alla marinara. Oggi si pensa global e si va di barba. Fatevela crescere, se volete competere, ma che sia bella fitta, mi raccomando, che non ci resti impigliato qualche sussulto dubbioso, una traccia di vita intelligente, una domanda malandrina sui mandanti della moda, per esempio. Tira più un pelo di (questa) barba che un carro di buoi, fidatevi. Un momento: Renzi la barba non ce l’ha. Certo, ma lui mica è uno che tira. È uno che si fa tirare.

Francesco Carraro

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lunedì 20 luglio 2015

RIVOLUZIONARI DI TUTTO IL MONDO, MODERATEVI!


 
Forza Italia è in un vicolo cieco. Il Presidente ha detto che, se lo mandano in galera, i suoi devono fare una rivoluzione. Almeno una, ma non di più, mi raccomando. Due sono troppe, roba da lista Tsipras per dei moderati di ferro come i forzisti, zero è da ospizio per anziani. Una va bene. “Però che sia moderata” ha sottolineato il leader: “che non ci scappino gli ultimi elettori”. Tutti iscritti, si sa, allo schieramento dei moderati che, da almeno venticinque anni, si batte moderatamente contro quei progressisti estremisti della sinistra. Allora, si sono interrogati nei piani alti del defunto pidielle, come si fa una rivoluzione moderata? “Non è un controsenso?” ha chiesto un micro tesserato di sette anni (uno dei piscinin reclutati per rinvigorire la senescente gagliardia degli Azzurri). Gli hanno subito spiegato che le idee del capo non si discutono, al massimo si interpretano, purché il risultato sia più silvista del Silvio. Mumble, mumble. Ma come si fa a fare una rivoluzione moderata? Alla fine, l’idea! Dopo aver consultato il libretto rosso di Mao e una biografia di Ho Chi Min, il colpo di genio: “Occupiamo la tivù di stato!”. Dall’unico circolo della Brianza rimasto fedele al Boss hanno sollevato un’obiezione sensata (e molto moderata, va da sé): la televisione pubblica è in mano ai comunisti, quindi inespugnabile. “Mai paura” ha detto un militante ispirato dalla visione della discesa in campo del Novantaquattro: telefoniamo a Italia Uno. Linee roventi col direttore di rete e, alla buon’ora, il placet: “C’è spazio venerdì prossimo, verso le tre del pomeriggio, dopo i Simpson, ma dovete usare vernici lavabili per gli striscioni sennò mi imbrattate il palquet. E piano con gli slogan, niente megafoni che altrimenti mi si incazzano quelli di Sport Mediaset”. Voto democratico, approvazione plebiscitaria. Ma, proprio allora, il piscinin rompicoglioni dice che si deve passare la delibera al vaglio della base: “dobbiamo cercare un moderato qualsiasi e chiedergli, con moderazione, cosa ne pensa. Sapete  che Silvio ci tiene alla voce, moderata, del popolo”. Corsa  frenetica per i viali di Milano, registratore alla mano, ma niente. Non si trova un forzista manco a pagarlo (e la ditta paga bene!), solo cinque stelle, leghisti, renzisti, qualche rimasuglio di vendolian-civatiano. Alla fine, nella tarda sera crepuscolare, su una panchina della Bovisa, mentre il sole muore, ecco un pensionato moderato che vota Forza Italia da quando gli hanno promesso la rivoluzione liberale (e moderata). È da allora che aspetta, in compagnia di un cane identico a Dudù. Gli illustrano the rivolution project e il vegliardo trova la quadra: “Per me  la rivoluzione moderata va bene, anzi va bene quasi tutto, ma la vernice moderata lavabile no, che sporca, e gli slogan moderati neanche. Troppo casino. Ci vuole un moderatore”. E il barboncino, uggiolando (moderatamente), approva.

Francesco Carraro www.fracescocarraro.com

STRINGI QUELLA MANO, TSIPRAS


 
Questa non è una battuta: il Foglio (rivista di spicco di un intellettuale famoso per essere stato comunista quando tutti erano comunisti e forse bisognava mostrarsi un po’ liberali e liberista quando tutti sono diventati liberisti e forse bisognerebbe mostrarsi un po’ comunisti) ha titolato (davvero!) poco prima del referendum ellenico: Tsipras, stringi quella mano, cazzo! Ora, supponiamo arrivi un giorno in cui la Grecia non abbia da offrire più nemmeno il porto del Pireo, gli aeroporti più lunghi, le isole più trendy. Supponiamo che la terra di Zeus si sia giocata, quel bel dì, anche il Partenone con tutta l’Agorà, i santuari di Olimpia, Delfi e Delo, le spiagge di Santorini, l’arcipelago delle Cicladi e quello del Dodecanneso. A quel punto, si riuniscono i pezzi grossi della Trojka, insieme alle cancellerie che contano del Vecchio Continente (Italia in anticamera), e decidono che può essere una buona idea chiudere i rubinetti del bancomat. “Staccare la flebo ai renitenti funziona sempre. Dopo qualche secondo decidono di collaborare. Gli americani lo fanno da una vita, a Guantanamo, e poi anche a noi è andata sempre bene. Pensate a quanto ci siamo divertiti nel luglio 2015, quella volta del referendum”. Dopo qualche sghignazzata generale, i generalissimi della Demokratura europea, chiamano il premier italiano, che nel frattempo ha finito la merendina, e ottengono anche il suo okkkey. Vada per un nuovo piano di salvataggio a favore della Grecia che ha già finito gli 86 miliardi regalati al tempo in cui Varoufakis aveva pensato di spaventare la Merkel col suo fuciletto di latta. In mancanza di cose e di case da prestare in garanzia (tutte già pignorate la volta prima), le nuove misure di austerity puntano sulle risorse umane: ogni capofamiglia greco dovrà inviare a Berlino la propria figlia femmina (meglio se illibata) come ius primae noctis per i cavalieri teutoni di Schauble, mentre il figlio maschio (meglio se nerboruto) presterà servizio civile (volontario e non pagato) nei sotterranei di qualche multinazionale della Ruhr. Supponiamo tutto questo e chiediamoci: accetterebbero i greci? La risposta è sì. Risupponiamolo e richiediamoci: i kultori del rigore europeo (quelli che ‘è tutta colpa dei greci se si trovano in queste condizioni, dovevano fare le riforme strutturali  e adesso devono pagare perché i creditori sono buoni e i debitori cattivi’) avrebbero un sussulto neuronale? La risposta è no. Per dire, Il Foglio titolerà: “Tsipras, calagli quella gnocca, cazzo”.

Francesco Carraro

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L’INVASIONE VONGOLA


 
Una delle ragioni fondative della UE è, come sapete, la venerazione della Dea Ragione Liberista. In buona sostanza, ci vanno ripetendo da trent’anni che tutto l’impianto UE si basa sul laissez faire, laissez passer. Più mercato  e meno regole per tutti per gonfiare i consumatori come lombi di manzo agli steroidi. Senonché, poi, la UE si è strutturata come una micidiale burocratura che in confronto l’Unione Sovietica era il Paradiso sognato da Adamo Smith. Ma detta così non rende l’idea. Bisogna parlare, per forza, di coltivazioni ittiche.  La Commissione Europea ha deciso che possono accedere al mercato solo le vongole di lunghezza pari ad almeno 25 millimetri. Ora, già fa ridere il fatto che questi fenomeni lautamente pagati e appellati col ridicolo epiteto di commissari (come i detective dei telefilm polizieschi di una volta) si preoccupino di quanto lungo ce l’hanno le vongole. Ma il problema è più grosso perché le vongole dei mari del Sud, diciamo da Chioggia al basso Adriatico, hanno una lunghezza media di 23 millimetri, mentre quelle del Nord, pur meno gustose, pare che i 25 li superino in souplesse. Così, con un codicillo apparentemente innocuo e ottuso han fatto fuori un intero mercato, puta caso quello italiano, a beneficio dei marinaretti vichinghi. Ovviamente, è in corso una sollevazione popolare perché, solo in Romagna, i vongolari sono 1.500 con un fatturato di 50 milioni di euro. Secondo Stefano Cecchini, direttore di una Cooperativa di Cattolica, “l’Europa sta uccidendo l’intera filiera italiana delle vongole”. Il tutto mentre la Turchia, che nella UE non ci è ancora entrata e ha le vongole mignon come le nostre, del regolamento se ne impipa e inizia a contare i ritorni a nove zeri che l’ottusa insipienza dei Commissari Basettoni Europei gli consentirà di lucrare. Ora, uno si chiederà perché lo fanno, ma forse non è la domanda giusta. Il quesito corretto è un altro: come sia possibile che, ancor oggi, ci sia qualche animo candido convinto della natura liberista e liberale dell’agglomerato di uffici, pastoie, scartoffie più dirigista e occhiuto della Storia. Dopo quello dell’impero persiano di Serse, s’intende, ma prima di quello del governo rumeno di Ceausescu. In mancanza di risposte buttiamoci sulle leggende metropolitane, complottiste e cospirazioniste tipo quella che parla di una misteriosa direttiva del 1979 secondo la quale ai burocrati di Bruxelles gli misurano l’encefalo all’atto dell’assunzione dell’incarico. E pare debba essere molto corto, se  vogliono superare il test. Meno di una vongola di Porto Viro.

Francesco Carraro

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TI RACCONTO UNA STORIA (FANTASY)



Il fuoco di fila di giochi linguistici, battute, metafore sfornato per l’ennesima volta da Renzi nel suo intervento all’assemblea del PD tenutasi nei saloni dell’expo di Milano può sintetizzarsi in una frase: “l’Italia è debole solo nel racconto autoflagellante di se stessa”. Ecco la parola chiave: racconto. Ci avrete fatto caso, è uno dei sostantivi più gettonati dai nuovi politici, soprattutto quelli che si spacciano per dei Kennedy redivivi, tipo Obama in America e Renzi in Italia. Il motivo è presto detto, anche se non del tutto noto. Sono personaggi che attingono a piene mani a quelle tecnologie della comunicazione persuasiva, in primis la programmazione neurolinguistica, ampiamente utilizzate in ambito aziendale. Si tratta di discipline utili e pericolose al tempo stesso. Utili perché efficaci, soprattutto nello sbloccare modalità di pensiero autodistruttive e poco performanti e nel consentire alle persone di porsi obiettivi e raggiungerli. Pericolose perché, grazie a un uso dolosamente ‘distorsivo’ del linguaggio, riescono a manipolare  la percezione soggettiva che l’uomo comune (e, quindi, in politica, l’elettore medio) ha della realtà. In tutto questo il racconto è un concetto centrale perché al politico non interessa più ciò che davvero è accaduto, ciò che egli davvero ha realizzato, ma il modo in cui quell’evento o quell’azione sono raccontati, cioè ridipinti e profumati a uso e consumo di chi li ascolta. Per questo, dopo un anno di discorsi renziani, avete in bocca un sapore di sintetico e nelle orecchie un senso di deja vu e deja entendu. I suoi calembour, i suoi artifici dialettici, non sono mai spontanei, ma frutto di una certosina applicazione di tecniche quali la ristrutturazione, l’assenza di indice referenziale, il cambio di posizione percettiva, il paradosso, la contro obiezione. Se Nanni Moretti, un tempo, implorava D’Alema di dire qualcosa di sinistra, oggi potrebbe implorare Renzi di dire qualcosa di suo. Il problema è duplice: da un lato, troppi politici si fanno scrivere i testi da professionisti formatisi alla stessa scuola e, quindi, i loro pistolotti finiscono per assomigliarsi; dall’altro lato, le tecniche, sorprendenti se ascoltate una tantum, a lungo andare danno la nausea tipica dei prolungati viaggi in alto mare. Tuttavia, purtroppo per chi ne abusa (delle tecniche), ci sono realtà incontrovertibili che neppure il racconto più sofistico riesce a plasmare. Due su tutte; primo: questo è il parlamento meno legittimato della storia (in quanto frutto di elezioni perse da tutti gli schieramenti) per fare le riforme vergognose portate avanti dai renziani. Secondo: in Europa l’Italia non tocca palla neanche se gliela mettono sul dischetto. Eppure lorsignori seguitano a raccontarcela.

Francesco Carraro

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