sabato 9 gennaio 2016

PER PAOLO



PER PAOLO
Sto leggendo una pregevole e ricchissima silloge degli scritti e dei pensieri di Pier Paolo Pasolini curata dalla rivista ‘L’Espresso’ e ci sono un paio di considerazioni a cui è impossibile sottrarsi. Intanto, l’impressione che Pasolini sia un intellettuale la cui figura è destinata a ingigantirsi quanto più la nostra storia si inoltrerà nel bosco della perdizione. PPP aveva visto giusto, ma soprattutto aveva visto con sconcertante anticipo le direttrici ineluttabili dei suoi tempi, destinate a inverarsi nelle divinità  dei nostri. Nelle sue battaglie apparentemente di retroguardia contro la televisione, la società di massa, il consumismo esasperato, la venerazione dei mercati c’era un sovrappiù di avvenire, di sensibilità futurista, che manca in quasi tutti gli altri opinionisti dell’epoca. Pasolini aveva percepito che i tradizionali fronti antitetici attraverso i quali la realtà veniva filtrata, letta e interpretata (all’interno dei quali, pure, egli si è ostinato fino alla fine a schierarsi, nominalmente nel battaglione ‘progressista’) si stavano liquefacendo. Le guerre dei bottoni tra i comunisti e gli anticomunisti, tra il capitalismo e i suoi avversari, tra gli operai e i padroni,  erano, per l’appunto, solo cimenti fittizi combattuti su frontiere di cartongesso in via di disfacimento, un tocco alla volta. Pasolini ha intravisto, aldilà delle cortine fumogene delle ideologie alla moda, il Mondo Nuovo alle porte, quello dove un unico, magmatico, onnivoro Mercato di merci, corpi e informazione avrebbe definitivamente seppellito le specificità personali, le tradizioni popolari, le unicità eccentriche di estrazione rurale e pre industriale. Pasolini aveva capito tutto, persino che la sua era una lotta senza speranza perché il mostro contro cui combatteva era dotato di tentacoli troppo pervasivi per essere distrutti. Dopodiché, fanno tenerezza quei suoi editoriali e quelle interviste in cui il nostro si esprime con un linguaggio arcaico, ideologicamente arcaico, fatto di espressioni fossili come ‘lotta operaia’, ‘borghesia’, ‘classi’. Sono tutti paradigmi triturati dalla storia che oggi neppure il pensatore più anticonformista si sognerebbe di riesumare. Ecco la contraddizione scandalosa di Pasolini: che è tremendamente superato nelle forme e nello stile quanto è terribilmente avanti  nella sostanza e nei contenuti. Eppure, non c’è dubbio che oggi, egli avrebbe milioni di  nuovi argomenti per poter dire: ‘ve l’avevo detto’. E per dirlo, magari, a tutta la marea di suoi ‘compagni’ di merende intellettuali che, all’epoca, stavano dalla parte del più forte, senza capire perché, e oggi continuano a stare dalla parte del più forte, sempre senza capire perché. Pasolini, a ben vedere, non era anti-moderno. Era ultra-moderno. E proprio in questo risiede la sua micidiale modernità.
Francesco Carraro
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IL RUMORE DEL NEMICO



IL RUMORE DEL NEMICO
Sono reduce dalle piste da sci e mi ha colpito un fatto. Nonostante la penuria di neve, di cui si lamentano giustamente tutti gli operatori del comparto montagna, la cosa più difficile non è stata trovare un pendio innevato su cui veder sfrecciare gli sci o gli snowboard. L’impresa davvero titanica è stata scovare degli angoli, dei cantucci solitari dove ci fosse un briciolo di silenzio. L’area destinata alla partenza degli skilift e all’arrivo degli sciatori era invasa da rumori assortiti (e sintetici) sparati a palla dalle casse di uno stereo: pubblicità, notizie in diretta dal mondo, la concitata voce di un dj su di giri, musica pop, disco, italiana, hip hop, per tutti i gusti. Suoni che si accavallavano tra loro in una cacofonia insopportabile di strepiti. Ma non mi è parso che quella discoteca a cielo aperto desse fastidio ad altri che al sottoscritto. Allora, mi sono avventurato all’interno dei locali prospicienti il piazzale, ma la musica non è cambiata e non parlo per metafore. Semplicemente, la direzione degli amplificatori era centrifuga anziché centripeta, mirava alle orecchie degli avventori occupati a scolarsi un bombardino o un punch all’arancio (all’interno) invece che su quelli in paziente attesa della seggiovia (all’esterno). Alla disperata ricerca di un posto dove non sentire altro che il silenzio della montagna incantata, mi sono diretto verso un locale fuori mano, una piccola malga inerpicata lontano dalle case e dal casino. Credevo di avercela fatta, sono entrato e non c’era nessuno tranne un oste bonario che mi ha servito un caffè. Eppure, niente da fare. Anche lì dentro, una radio faceva il suo porco lavoro: pubblicità, news, dj e via andare a un volume tale da costringermi a darmela a gambe in cerca di una risorsa che dovrebbe essere tipica delle vette alpine, la loro cifra, la loro regola, non l’eccezione. E, invece, mi sono reso conto con sgomento che il rumore, oramai, ha fagocitato qualsiasi mattonella del nostro vivere quotidiano, dai locali agli uffici ai supermarket ai centri commerciali alle rotonde sul mare fino alle guglie delle cime più alte. La nostra esistenza è affondata (affogata) in un rumore insistente e inutile, una sorta di fatuo cicaleccio senza tregua, latore di informazioni vacue e senza scopo o di ritmi sincopati concepiti, pare, con  la precisa funzione di rincoglionirci. E se ci pensi un attimo ti accorgi che il primo effetto dei rumori di fondo è proprio quello di impedirti di pensare. In conformità a un’epoca dove il pensiero profondo e la meditazione silenziosa sono occupazioni talmente difficili da essere persino scandalose e sconvenienti. Così, anche i posti ideali per il deserto interiore sono stipati all’inverosimile con i suoni imbastarditi di questa civiltà. Il silenzio è bandito, ovunque, e con esso la riflessione prolungata e non intermittente. E i luoghi della socialità sono costruiti sul rumore proprio perché nessuno possa cadere in tentazione.
Francesco Carraro
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PIZZA E FICHI



PIZZA E FICHI
C’è un filo rosso che accomuna le fotografie del nostro premier intento a stringere, con ossequiosa emozione, la mano agli emiri d’Arabia e la notizia di un fondo sovrano dell’Azerbaijian che acquista, per la modica cifra di 97 milioni di euro, il Palazzo San Fedele di Milano, già sede della Camera di commercio meneghina. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a una plastica realizzazione dello spirito dei tempi, quindi entrambe le circostanze non vanno sottovalutate per la carica allegorica, se non profetica, che le contraddistingue. La svendita del nostro patrimonio pubblico agli investitori esteri, di qualsiasi estrazione, è infatti uno degli obiettivi della classe politica di cui oggi l’Italia dispone, sia essa di centrodestra o di centrosinistra. Una macchina statale castrata degli attributi sovrani, quelli cioè di procacciarsi da sé la liquidità monetaria, deve giocoforza vendere i gioielli di famiglia. Tocca, pari pari, la stessa sorte alle nobili casate   finite in bolletta. In mancanza di sistemi di approvvigionamento di risorse interni, esse debbono ricorrere alla liquidazione del patrimonio degli avi per auto-sostentarsi. La stessa logica anima gli sforzi retorici  di Renzi in Arabia, piuttosto che in Giappone o in Qatar: cerca dei Paperoni desiderosi di portare la grana da noi, di pompare liquidità nelle esangui casse dello Stato. Ecco perché la politica internazionale, ai tempi del colera finanziario, si riduce a un giro di salamelecchi nelle grandi capitali del grande capitale straniero. In effetti, oggi più che mai, il nostro Paese necessita di un piazzista in cabina di comando, uno che sappia valorizzare fino in fondo la grande bellezza italiana per promuoverla nel mondo. Non è richiesta l’intelligenza politica di un notabile della Prima Repubblica e neppure la capacità di elaborare i piani industriali strategici di un Enrico Mattei, non serve neanche essere bravi nell’aritmetica spicciola perché, a seguire i diktat di Bruxelles, a restare sotto il tetto del deficit o del debito sul pil, è buono anche un babbeo non scolarizzato. È sufficiente, piuttosto, disporre di un commesso viaggiatore dalla faccia tosta e dalla lingua sciolta abbastanza per convincere i riccastri del pianeta a venire a far shopping da noantri. E vantare, magari, uno scrigno di gioielli ben fornito per soddisfare, alla bisogna, i palati degli emiri o degli sceicchi o degli oligarchi più esigenti. ‘Noi ce li abbiamo entrambi, il più fico del bigoncio e anche i fichi nel bigoncio, teniamoceli stretti’ pensa ogni dirigente del PD. Ecco, in venti parole, la sintesi del  progetto politico (per l’Italia del terzo millennio) scaturito dal dibattito interno e dall’elaborazione programmatica di quello che fu il Partito Comunista Italiano.
Francesco Carraro
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RISERVE INDIANE



RISERVE INDIANE
Uno dei metodi più sofisticati attraverso cui il Sistema  autogoverna se stesso è quello delle ‘riserve indiane’. Esso consiste nella creazione di tabù, di argomenti non affrontabili in alcun modo da chiunque voglia fregiarsi della patente di ‘serio’ professionista. Gli argomenti indicibili  sono delle zone franche, delle riserve indiane, appunto, in cui è consentita la ‘ricreazione’ di tutti gli eccentrici, dei picchiatelli, dei mezzi matti del villaggio globale dell’informazione. A questo punto, creato il reparto parapsichiatrico delle notizie sfigate, il gioco è fatto. È sufficiente confinare nella riserva indiana qualsiasi tematica scabrosa o scottante per la matrice, bollandola con epiteti  che, di solito, coincidono con l’aggettivo cospirazionista o complottista. I cronisti delle innumerevoli reti di cui si compone la macchina sforna-notizie sono mafiosamente avvertiti senza bisogno di veline. Possono parlare di (quasi) tutto, ovviamente seguendo le indicazioni della direzione editoriale (una libertà vigilata, diciamo), a patto di non infilarsi in una riserva indiana. Se lo fanno, automaticamente si beccano il pigiama a righe dei mattacchioni e un compassionevole sorriso di circostanza. Non  conta se e in che misura il fatto posto sul tavolo sia vero o verosimile, e neppure se le trame o le singolarità denunciate siano degne di analisi e sintesi secondo un mero criterio di razionalità baconiana. Conta solo che appartengano, o meno, ai temi maledetti di cui chi fa informazione non può nutrirsi. Così, nell’epoca apparentemente più libera di sempre, con il maggior numero di canali televisivi e di siti divulgativi e di gazzette cartacee (sia pur moribonde), si è instaurata una sorta di dittatura invisibile dell’auto-censura. Siamo stati derubati del contributo di indipendenza e ‘cattiveria’ di alcuni miti del giornalismo d’antan. Quei miti, se anche si reincarnassero ai giorni nostri, non avrebbero scelta. Dovrebbero rinunciare alla vocazione originaria di ogni cronista che si rispetti (servire la verità, in ogni momento, e denunciare lo scandalo, ovunque si annidi) e mettersi a bottega. Il loro talento verrebbe comunque retribuito e valorizzato, ma solo se coltivato al di fuori del recinto della riserva indiana. Laddove essi si cimentassero con le aree del sapere oggetto di anatema, ne avrebbero la carriera distrutta. È questo il metodo buffo attraverso il quale veniamo educati, giorno dopo giorno, ad accettare anche versioni talmente idiote su come va il mondo da rivalutare persino quelle oggettivamente ridicole del circuito complottista. Infatti, per aggiustare le gambe malferme di una palafitta di menzogne, occorrono sussidi che  abbrutiscono l’insieme, anche da un punto di vista estetico, non solo da quello sostanziale. Tuttavia, va bene così, basta ci sia entrato in testa che esiste una informazione ‘ufficiale’ (fatta dai media generalisti che si regolano da sé e, al massimo, abbaiano l’uno contro l’altro per spirito di concorrenza) e una versione pazzoide, apocrifa, fumettistica dei tempi che corrono cui è vietato attingere, pena la morte civile.
Francesco Carraro
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LA NOTIZIA STRISCIA



LA NOTIZIA STRISCIA
La recente sequela di decessi ospedalieri di giovani puerpere ripropone un tema affascinante, quello della genesi e delle modalità di diramazione delle notizie nel circuito dei media di massa. Funziona più o meno così: un brutto giorno, o un bel giorno (a seconda dei casi), accade un fatto eclatante. Ad esempio, una donna incinta prossima al parto muore senza spiegazioni insieme al suo bambino. Improvvisamente,  a seguire,  altri fatti speculari, se non identici, si verificano in ospedali di ogni dove. Per una sorta di propagazione tellurica, cominciano a morire donne incinta all’ottavo o al nono mese di gravidanza. Un fenomeno analogo a quello sperimentato, anni or sono, con le statue delle madonnine grondanti lacrime di sangue. Un piccolo simulacro della vergine fece gridare al miracolo da qualche parte e, in rapida e inarrestabile progressione, altri prodigi consimili si moltiplicarono in decine di diverse regioni italiane. Da un dì all’altro, era tutto un pullulare di madonne piangenti. Oppure pensiamo alle liti da far west dei chirurghi in sala operatoria. Due medici fecero a cazzotti  in qualche ospedale di provincia e, subito a ruota,  ovunque i camici bianchi parvero colti da un furore litigioso collettivo. Ferma restando la veridicità (fino a prova contraria) delle notizie riportate, è ovvio che non si tratta di un’inspiegabile concentrazione junghiana di coincidenze sincroniche. Piuttosto, il sistema mediatico, non appena fiuta una notizia che ‘tira’, sposta i suoi riflettori su qualsiasi episodio sintonico. È come se, letteralmente, tutte le antenne del complesso radiotelevisivo iniziassero a tastare il terreno dell’etere in cerca della nuova vena d’oro, quella che fa audience. E, immancabilmente, la trovano perché c’è. Perché di madonne tristi, di chirurghi furibondi, di madri sfortunate è pieno il mondo. Solo che non interessano a nessuno finché non divengono, per qualche imponderabile ragione, una polpetta succulenta per chi fa informazione e per chi la  subisce (‘passivamente’ in entrambi i casi). Ciò che  avviene, nel piccolo, per le bazzecole, succede nel grande, per gli eventi della Storia. A seconda di dove tira il bastoncino dei rabdomanti televisivi, lì va l’attenzione degli spettatori. Così, abbiamo invasioni oceaniche di migranti che si interrompono, da un giorno all’altro, per lasciare il posto a una siccità millenaria risolta in un amen quando arriva lo smog del secolo. Non esiste una pluralità di canali di informazione. Esiste un unico canale pluriforme che diffonde le medesime notizie alla stregua di un’eco rimbombante, di un riverbero infinito di specchi.  I media si limitano a strisciare il loro badge sull’apposito lettore, timbrano il cartellino per così dire, e riempiono la rete del medesimo ‘racconto’ narrato migliaia di volte in ugual modo. Fate una verifica a caso, con una delle prossime news sensazionali. Leggetele da fonti diverse e troverete la medesima successione di parole, di virgole persino. Uno lancia il sasso e tutti allungano subito la mano nella stessa direzione. Resta da capire chi lancia i sassi più grossi, quelli che plasmano le nostre menti.
Francesco Carraro
www.francescocarraro.com