domenica 13 dicembre 2015

SOQQUADRO


 
Ho  sentito un dialogo tra un bimbo di sette anni e il suo papà. Il pupo dice: “Papà non invitare più Federico. È troppo piccolo e mi mette la casa a soqquadro”. “Soqquadro?” risponde il babbo: “dove hai imparato questa parola?”. E il bambino: “Me l’ha insegnata la maestra. È la sola con la doppia q”. Minchia, che bravi i bambini di oggi, ho pensato. Poi mi è venuto in mente che anche a me toccò la stessa sorte. Più o meno a quell’età, la maestra mi svelò lo stesso arcano. Soqquadro è l’unica parola del vocabolario italiano a tollerare il raddoppio di q. Dunque, soqquadro è un mistero trasmesso di scuola in scuola, di maestra in maestra, di generazione in generazione, di padre in figlio. Prima o poi, un papà dovrà confrontarsi con un figlio innocente messo a parte di un segreto perfettamente inutile. Quante volte capita di utilizzare questo sostantivo in una vita? Da uno a due, forse due è eccessivo. È un vezzo, un capriccio linguistico, una rivelazione semantica destinata a uno scaffale polveroso, per sempre. Soqquadro sopporta la doppia q. Ma a che serve? A chi serve? Quale scrittore la impiega nei suoi romanzi? Quale giornalista nei suoi articoli? Quale persona nelle sue attività quotidiane? Indovinato. Nessuno. Soqquadro è un termine superfluo, un orpello, tipo il quadretto a olio appeso in soggiorno donato dalla nonna alla prima comunione. È patetico, ma lo conserviamo, come i ninnoli di pessimo gusto di una poesia del Gozzano. Si tiene per non dispiacere i trisavoli generosi coi posteri, per una questione di affetto, per quella malattia dell’anima che induce a imbalsamare i ricordi, per vacuo rispetto: degli avi e delle tradizioni. Quante informazioni modello soqquadro teniamo in naftalina? I media sono come le nonne, tramandano foto ingiallite della realtà, del tutto pleonastiche, ma carucce da rimembrare, al pari della fatidica doppia q. Tipo le  nenie ipnotiche per addormentare i bambini: news che non informano e di ‘nuovo’ hanno solo il nome, quisquilie e pinzillacchere per imbottire il cervello di q. Noi ascoltiamo, digeriamo, assimiliamo, fieri di sapere che soqquadro si scrive con la doppia. Chi tesse i fili del reale ricama le sue trame e si giova dei pisoli altrui. E il mondo, intanto, consolida le sbarre. Nessuno ci spiega il perché e il percome. Al massimo, ci descrive il quadretto, con una q, che, lasciato al suo posto, evita il soqquadro nelle nostre menti, ma  manda a carte quarantotto il bisogno di senso innato degli esseri umani. La Matrice si nutre di questo senso e ci restituisce il caos in cui siamo immersi. In effetti, soqquadro non è la parola meno importante delle nostre biografie. Ne è il titolo di testa, e di coda.

Francesco Carraro

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E IL VERBO SI FECE CARTA


 
Renzi torna, per la sesta volta dal 2010, alla Leopolda e riunisce i suoi accoliti nel solito rito collettivo di auto-esaltazione. Una cerimonia, com’è noto, parecchio americana con lo stile finto minimalista, le sessioni di coaching motivazionale, la camminata sui carboni ardenti della fede nel maximo leader, tutta la paccottiglia da formazione aziendale che potete ottenere, in versione più cool, a qualsiasi corso di formazione aziendale. Della Leopolda nessuno ha messo in rilievo un aspetto e cioè che il guru politico del Verbo abbia scelto un luogo dal nome così buffo per la celebrazione di sé. Leopolda è un lemma che sa tanto di cartone animato, richiama i wurstel di un personaggio di Popeye piuttosto che le sorti  progressive additate dal Kennedy de noantri. Se lo dite a un renzista duro e puro vi rivolterà il calzino con una frase di pregio, probabilmente quella del dito e della luna o qualche altra della lista di detti memorabili&accattivanti che i discepoli del Salvatore sgranocchiano come M&M’s. Ove capitasse, dovete rispondere che il nome Leopolda non va trascurato nella misura in cui può danneggiare la scrittura del vangelo apocrifo degli esordi di una stella quale il giovane fenomeno fiorentino. Allora vi daranno retta e vi chiederanno, preoccupati, perché. Ditegli che Leopolda non si può davvero sentire, è una roba foneticamente orribile, rima con manigolda, ricorda le prese in giro da asilo, puzza di  ciccio bomba canottiere più che profumare di svolta buona. Uno svarione semantico tremendo per uno che sul Verbo ha costruito la carriera. Perché questa è la cifra del renzismo, al netto di ogni critica alla sostanza dei suoi provvedimenti. È sciocco censurare la sostanza di un politico calibrato sulla forma, sull’uso manipolatorio e spericolato del verbo. Il renzismo è Verbo, dall’inizio alla fine. Soprattutto alla fine, a ben pensarci, se consideriamo il risultato  della foto di famiglia scattata dal Censis al nostro paese: l’Italia è ferma, immersa in un “letargo esistenziale collettivo” dove la politica cerca di trasmettere vitalità ma non ci riesce. Il che suggerisce una considerazione. Renzi ha anche doti profetiche. Infatti, in occasione della prima Leopolda, lo slogan era: “Prossima fermata Italia”. Ha avuto ragione. Con lui l’Italia si è fermata. Non poteva essere altrimenti con un politico ‘di parola’, uno col quale il termine Verbo si sposa da dio. Peccato che i suoi Sogni, come tutti quelli venduti a buon mercato, rimangano sempre sulla carta.

Francesco Carraro.

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EUROPA SCIMUNITA

Un ex dipendente di Banca Etruria ha rilasciato un’intervista a Repubblica in cui ha ammesso che l’istituto di credito ha sostanzialmente gabbato i piccoli, malcapitati risparmiatori con la più classica delle frodi ‘legali’, la medesima utilizzata da molti big players del mondo bancario e assicurativo, riassumibile in quattro parole: non leggere e firma. La Banca faceva sottoscrivere al potenziale cliente un papello dI decine e deciNe di pagine redatte in un burocratese fitto e incomprensibile in cui si capiva ‘basso rischio’ nel primo foglio (l’unico traducibile) e ‘alto  rischio’ in tutti gli altri (quelli redatti per non essere compresi). Il funzionario ha dichiarato: “avevamo l’ordine di convincere quanti più clienti possibili” e, ancora: “ogni settimana dovevamo presentare i report per vedere se raggiungevamo gli obiettivi fissati”. Il pover’uomo agiva così perché aveva uno stipendio e, probabilmente, una famiglia da mantenere. Ma i suoi capi perché lo facevano? E i capi dei capi? Per un’analoga ragione amplificata a dismisura: la grana. La EBA (Euopean Banking Authority) ha fornito i dati relativi ai banchieri plurimilionari in Europa. A conferma del monito bucolico per cui se il concime è buono, i fiori crescono, ecco le performances dell’Eden del liberalismo mondiale detto Europa Unita, con specifico riferimento a quella Terra Promessa chiamata Italia: dal 2012 al 2013 i banchieri ricchi sono cresciuti di ventinove unità, passando da 109 a 138. Laddove per ricchi si intende paperoni con stipendi prossimi ai due milioni di euro cadauno, per la gran parte alimentati da una porzione ‘variabile’ funzionale ai risultati. Tradotto al volgo: più porcherie spacci ai clienti più ti remuneriamo. Marco Cobianchi, della rivista Panorama, autore di un reportage sul tema, ha affermato: “Queste remunerazioni non sono giustificabili in un momento in cui l’economia arranca. Le buonuscite dei banchieri sono molto più indegne degli stipendi”. Dunque, il cliente è una vittima perché ha creduto alle balle della sua banchetta, il povero funzionario è una vittima perché dice le bugie ‘tenendo famiglia’, gli altri sono colpevoli perché spacciano bubbole per avidità di denaro. Messa così, semplifica troppo e non dice abbastanza. La verità è che la crisi bancaria cui stiamo assistendo è una meravigliosa allegoria del processo di unificazione europea. I cittadini hanno colpevolmente trascurato di occuparsene bevendo le fandonie di regime, i media hanno spacciato il prodotto tossico della reunion continentale perché ‘tenevano famiglia’ e così imponeva  la linea editoriale, i politici ci hanno messo la firma spinti a chiudere un occhio in nome delle laute prebende. Tutti gli attori avevano una buona ragione per fingere che l’Europa fosse un mito degno di essere coltivato, una speranza leggendaria, il Santo Graal oggetto dei nostri desideri più nascosti. E tutti (ciascuno in ragione delle proprie singole responsabilità) sono stati, proporzionalmente e giustamente,  remunerati: i  cittadini perdendo la loro libertà, alla pari dell’allocco scippato dei suoi spiccioli alle tre carte; i media lucrando, come il ‘palo’ di una rapina, sulla fetta di torta del furto; i politici di grido ottenendo i dividendi di fama, prestigio e baiocchi di chi ha la faccia da culo bastevole a  mentire con garanzia di impunità.  Il tutto per salvaguardare i progetti del Padrino, in cima alla piramide. Avvertenze e modalità d’uso: se non vi trovate ai vertici della piramide, ma alla base, sentirsi scimuniti è normale.

Francesco Carraro

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TRUE LIES


Uno dei fenomenali strumenti di distorsione di cui si avvale la Macchina che gestisce l’Utopia Europea è quello relativo alla doppietta concettuale liberismo-dirigismo. La contorta e barocca costruzione si regge su una menzogna spacciata per verità e su una verità spacciata per menzogna. La prima si declina così: l’Europa è un insieme di nazioni cementate dalla fede nelle virtù del libero mercato e della iniziativa privata e stimolate dagli animal spirits della proverbiale solerzia capitalistica. In realtà, come chiunque può appurare aprendo gli occhi, non è mai esistita, nella storia delle istituzioni politiche, una Repubblica più dirigista e irregimentata della cosiddetta UE. Neppure in Unione Sovietica esistevano vincoli da manicomio criminale come quelli odierni di deficit e PIL e neppure all’epoca delle purghe staliniane c’era una cupola di laboriose termiti applicate nel normare la lunghezza in millimetri del ventre molle di una vongola o quella in centimetri del diametro rigido di un pomodoro. Ergo, siamo finiti in un mondo al contrario fatto di libera concorrenza sulla carta e di  burokratura socialista nei fatti. Poi c’è l’altro corno della doppietta: la verità spacciata per menzogna. E la verità è che Bruxelles è una specie di Robin Hood schizofrenico nella foresta di Sherwood delle istituzioni internazionali: ruba ai poveri per dare ai ricchi. Nei sacri testi fondativi della UE è scritto a chiare lettere che l’Unione e la sua fabbrica degli zecchini d’oro, detta BCE, non possono finanziare il debito (cioè prestare soldi a tassi umani) agli stati membri. Tuttavia, UE e BCE possono farlo, a gogò,  col sistema bancario privato che, negli anni della crisi più nera dal Ventinove in qua, è stato beneficato di miliardi e miliardi di liquidi. Secondo uno studio di Mediobanca, per salvare l’anzidetto Sistema, l’Europa ha sganciato qualcosa come 221 miliardi di euro. Tuttavia, se siete tra le vittime ingenue delle crisette bancarie del centro Italia e contate sull’aiuto della mano pubblica, ecco lo zelante questurino belga sfoderare la bugia: “Niente aiuti di Stato, il fallimento di una banca non è una crisi umanitaria”. Comprensibile. L’Unione gli aiuti li riserva solo al grande capitale di cui il questurino si è investito bodyguard. Eccola, l’etica cristallina dell’Evo Competitivo: inflessibili coi poveri cristi e zerbini con la razza padrona. 

Francesco Carraro

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LE PARTI DELLA PARTITA


Il recente successo di Marine Le Pen alle amministrative francesi ha confermato un trend singolare quanto affascinante in atto in pressoché tutti i paesi del vecchio continente. Esso consiste nella graduale assimilazione da un lato tra destra e sinistra e, dall’altro, tra estrema destra ed estrema sinistra. In altre parole, finiscono per evaporare le ragioni che distinguono i fronti contrapposti, al punto da realizzare una incredibile sovrapposizione di obiettivi, finalità e orizzonti di senso. La destra e la sinistra, ovvero, per usare le ridicole categorie del lessico giornalistico, i progressisti e i conservatori (o il fronte socialista e quello popolare) sono parimenti europeisti, subordinati ai desideri dei mercati, proni alle logiche suicide dell’austerity, interpreti di un buonismo babbeo in materia di immigrazione. I loro leader sono   scrupolosi contabili tesi a far quadrare i conti domestici con i vincoli del deficit e del debito. L’estrema destra e l’estrema sinistra, invece, sono (a parole, perlomeno) radicalmente antieuropeisti, rivendicatori della perduta sovranità nazionale, difensori delle tradizioni locali, critici  con l’Europa dei banchieri e dei poteri forti. Pensate alle somiglianze, aldilà delle differenze estetiche, tra un Hollande e un Renzi, da una parte, e tra uno Tsipras prima maniera e una Le Pen, dall’altra. Chiedersi come una simile mostruosità sia potuta accadere sotto i nostri occhi è meno importante dell’interrogarsi sul perché. A chi giova questa affinità elettiva tra le trincee opposte di visioni del mondo e della storia apparentemente  inconciliabili e, invece, affratellate? Perché destra e sinistra si baciano come le facciate di un foglio piegato a metà? E perché estrema destra ed estrema sinistra fanno altrettanto? Il motivo è da ricercarsi nella esigenza che questo Sistema di cose ha di autoperpetuarsi. E il modo contempla proprio le due mosse seguenti: in primis, accorpare in un arco costituzionale di maggioranza tutti gli orbi disposti a farsi abbindolare; chiunque vinca servirà il medesimo progetto, eventualmente in una grosse koalition.  In secundis, assemblare in un unico fronte ‘populista’ e reietto i nemici del Sistema i quali, pur dicendo le medesime cose e indicando la stessa (retta) via d’uscita dalla crisi, si farebbero fucilare piuttosto che collaborare l’uno con l’altro. La vittoria della Matrice non sta nel prendere parte alla partita, ma nel muovere a suo piacimento le parti della partita.

Francesco Carraro

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sabato 5 dicembre 2015

ISLAMCOLATA CONCEZIONE



ISLAMCOLATA CONCEZIONE
In occasione di un’intervista televisiva, il nuovo vescovo di Padova, Monsignor Cipolla, ha dichiarato: «Se fosse necessario, per mantenerci nella pace, nella tranquillità e nelle relazioni fraterne, io non avrei alcun problema a fare un passo indietro su tante nostre tradizioni». I media, giustamente, hanno dato ampio risalto alla notizia che non è smentibile perché rilasciata ai microfoni di una giornalista davanti a una telecamera. Purtroppo, Cipolla è caduto nel trappolone tipico della vanità offesa e, di fronte a reazioni controverse, ha ritenuto tatticamente opportuno fare marcia indietro. Così: «Non sono contro la presenza della religione nello spazio pubblico, né tantomeno contro le tradizioni religiose, ma né le religioni né le tradizioni religiose possono essere strumenti di separazioni, conflittualità, divisioni».  A Padova si direbbe: xe peso el tacon del sbrego. In altre parole, la pelosa smentita della glabra dichiarazione ha peggiorato le cose. Infatti, il pensiero del vescovo era inequivocabile e, per quanto egli non abbia pronunciato la parola presepe, né il termine chiesa, tutti hanno capito benissimo che il presule si riferiva proprio ai tradizionali simboli natalizi della cristianità. I veneti sono un po’ chiusi, magari anche ponderati e brontoloni, ma non stupidi. Quindi, il rappezzo di Cipolla, quell’arrampicata libera sullo specchio del contorsionismo linguistico non solo non ha funzionato, ma gli ha nuociuto. Ci mancherebbe che un vescovo fosse contro la presenza religiosa nello spazio pubblico. Serviva sottolinearlo? E poi quella excusatio lessicale, da politico della domenica, un po’ democristiana e molto farisea, ha fatto perdere credibilità a una posizione chiara e altrimenti difendibile. Perché Cipolla intendeva significare  proprio quel messaggio da tutti rettamente recepito e da lui paradossalmente ribadito anche con la successiva e spericolata inversione a U: pur di coltivare la pace, pur di mantenere rapporti di buon vicinato, pur di non urtare le suscettibili orecchie altrui, va bene anche rinunciare, per una volta, alle ‘imitazioni’ della nostra storia sacra, alle allegorie delle nostre credenze, insomma a tutto ciò che lede la incompatibile fede dell’altro. Il vescovo di Padova ha peccato di esitazione. Avrebbe dovuto  trovare il coraggio di varcare finalmente il Rubicone delle mezze misure (quella barriera ideale che il suo comandante in capo ha già oltrepassato da un pezzo) e puntare dritto al bersaglio grosso perseguito (perlopiù in buona fede) da tanti altri, e alti, prelati: la demolizione controllata delle peculiarità distintive della Chiesa Cattolica in vista dell’edificazione di un nuovo contenitore religioso universale. Un recipiente di materiale meno grezzo della bucolica mangiatoia. Magari una culletta termica in plexiglass dove rannicchiare non un bambino Dio (il vertiginoso scandalo del Cristianesimo), ma un po’ di concetti alla moda, elastici a sufficienza per coprire le pudenda di tutti, ma non troppo da causare strappi a qualcuno: solidarietà, candore, apertura, amore, fraternità, condivisione. Tutta roba zuccherosa assai, parecchio duttile, adattabile alla bisogna. La rivoluzione semantica della tenerezza, per usare un sostantivo tanto caro a Bergoglio. Rivoluzionari siffatti non solo non hanno alcun bisogno di opporsi a chi li avversa, ma nutrono l’ambizione contraria, di essere accettati dal nemico, assorbiti senza scosse in nome di una malintesa remissività, prerogativa tutt’altro che evangelica (anche se diversi preti non l’hanno capito). Le parole di Cipolla, in  definitiva, sunteggiano alla perfezione ciò che gli imperatori del tardo impero esigevano  dai protomartiri. I romani bruciavano o crocifiggevano i cristiani proprio per la loro altezzosa, ostentata diversità che impediva ai seguaci di Gesù di mescolarsi bonariamente, in un cameratesco e sincretistico abbraccio, nel crogiuolo di culti brulicanti da una sponda all’altra del Mediterraneo. L’invito del vescovo di Padova è una negazione a tutto tondo  dello spirito dei primi martiri. Peccato che, sull’intransigenza suicida dei martiri, poggi il colonnato di San Pietro. Un’intransigenza risoluta a  predicare (e praticare) il proprio credo financo all’estinzione di sé, alla pari di uno stoico coevo o di uno jihadista odierno. Con una differenza: lo stoico si dava la morte come liberazione razionale dalla vita, il mujaheddin si dà la morte per mandare all’inferno gli infedeli. I primi cristiani, invece, si davano alla morte per evitare l’abiura. Un approccio non egoistico (da stoici antichi), non antiumano (da bombaroli odierni), ma perfettamente in  linea con la coerenza irriducibile di un vero credente. Essi rinunciavano alla loro esistenza, pur di non rinnegare il simbolo apostolico. Che c’azzecca il monito cipollino con questa mappa del mondo? Nulla. Esso sarebbe suonato perfettamente logico, sensato, filosoficamente sottoscrivibile, a un Diocleziano: “Pace, pace, pace! Papa Francesco ci sollecita di continuo nell’obiettivo di costruire un mondo di pace, senza conflitti, in cui la relazione tra fratelli sia prioritaria e l’indifferenza non trovi casa”. Ed ecco il punto. Il cristianesimo, come qualsiasi altra rappresentazione collettiva, si regge sull’energia con cui i suoi adepti lo alimentano. Il cristianesimo non ha niente a che fare con l’utopia general generica di una pacifica convivenza planetaria. Questo può essere il contenuto di una dottrina metafisica (alla Kant), di una dichiarazione universale (da Nazioni Unite). In una religione (quella cristiana perlomeno) il pacifismo è, semmai, un precipitato inevitabile delle premesse, ma non è la Premessa. E neppure, tantomeno, la Promessa. La Promessa del Salvatore è la sua vittoria sulla morte che è premio della tua fede nel Signore. E la fede non ammette passi indietro, solo passi avanti. Altrimenti cessa di essere tale e diviene divulgazione popolare di buoni sentimenti plasticamente adattabili a qualunque stampo. Purtroppo per i cristiani residui, è ciò che sta avvenendo. Cipolla ha esplicitato, in uno slogan, un processo storico che la Chiesa, ingenuamente tra la sua base, scrupolosamente tra i suoi vertici, persegue da decenni: la propria desacralizzazione, la propria de-evangelizzazione, la propria ecumenizzazione. In definitiva, l’edulcurazione prima, l’eutanasia poi, della Fede in un Senso, che poi è un Uomo, preciso e storicamente inverato, il quale ha oltrepassato le soglie di granito del più osceno dei misteri (la Morte) ed è tornato indietro a dirci che lo si può disvelare. Nelle chiese d’oggi, negli edifici cultuali della cristianità, questo sfolgorante annuncio si è tramutato in un contenuto secondario. O, meglio, in una specie di danno collaterale (tollerato con fastidio) rispetto all’urgenza di veicolare una rivoluzione umanistica. La rivolta del common sense propugnata da quelli che ‘dobbiamo volerci  tutti bene così non ci saranno più guerre’. E magari, tutti insieme, andremo a farci un bel pic-nic sui colli. Concedetevi un giro a messa. C’è una buona probabilità che vi imbattiate in prediche scialbe e infantili di  parroci increduli che esortano i pochi praticanti rimasti al suicidio della fede. Con parole del tipo: non affanniamoci a marcare differenze tra le varie religioni, ognuna di esse contiene una parte di verità. Vale a dire, la destrutturazione di ciò che rende Unico, e quindi solido, il credo cristiano. Questa verifica empirica vi restituirà lo scenario di uno stato di avanzamento dei lavori non reversibile. Perciò, il problema non è il ‘passo indietro’ su presepi & affini suggerito da Cipolla. Il problema non è neppure Cipolla. Il problema, per la Chiesa s’intende, è che essa ha smesso di sollecitare e propagandare e rivendicare la sua non negoziabile Verità. Quello del vescovo di Padova è solo l’ultimo di una interminabile serie di ‘passi indietro’ fatti da milioni di suoi predecessori prima di lui. Persino il rettore della Basilica del Santo di Padova è in linea con questa secolare ritirata, stando a quanto dichiara: «Gli islamici per primi non hanno problemi con le nostre feste. Loro riconoscono in Gesù Cristo il profeta. E, per quello che ho visto io in tanti anni di presenza nelle scuole, colgono queste occasioni per arricchire la loro cultura. Perciò sono convinto che noi dovremmo utilizzare questi momenti per far conoscere le nostre tradizioni. Non per fare atti di culto, sia chiaro, ma per festeggiare insieme. E le scuole, in segno di reciprocità, dovrebbero organizzare momenti dedicati anche alle feste islamiche, perché così lo scambio culturale sarebbe completo». Capito? Non per fare culto, sia chiaro. Al massimo, per fare cultura. Il fatto che Cristo, per i cristiani, sia Dio e non un profeta diventa un dettaglio in cronaca. In verità, parliamo di un processo di smacchiamento generale di qualsiasi Idea forte a cui i mussulmani non si rassegnano, mentre i vertici della Chiesa si adeguano benissimo e volentieri. Dai papi ai porporati ai sottoposti, quasi tutti assecondano questa temperie di smobilitazione, questo sbaraccamento progressivo degli avamposti irrazionali e mistici su cui si reggeva il Cristianesimo. Stanno trasformando i parroci e i cappellani (i pochi rimasti di vedetta) in caschi blu dell’irenismo illuminista e la Chiesa Cattolica Romana in una palestra per party alla pari, con spuma e pasticcini e seminari sulle tradizioni altrui, per arricchire la cultura e, va da sé, impoverire la fede. A quando le gite in moschea organizzate dall’azione cattolica per una bella preghiera bipartisan? Dopotutto, è solo arricchimento, bellezza. E queste non sono battute, sono scommesse per chi ama vincere facile. Quando una religione perde ogni pretesa di ri-legare i suoi appartenenti intorno a un Credo definito, netto, comprensibile, cessa di avere senso. Diventa un boccone appetibile da chi ha fame perché di essa non v’è più bisogno. Una religione letteralmente e inesorabilmente buona. Buona a farsi divorare da altre fedi (o da altre visioni nichiliste del mondo) come i primi cristiani dai leoni. Può consolarci che assisteremo a un processo pacifico, proprio nel modo e con le forme auspicate da Monsignor Cipolla: poco a poco, piano piano. Tomo tomo e cacchio cacchio la nostra società (già scristianizzata, se non anti-cristiana) si troverà a celebrare i culti e a cantare gli inni di qualcun altro. Gli unici a non averlo capito sono gli estremisti che si ostinano a usare catapulte e mazze ferrate per sfondare i bastioni e i portoni della nostra Civitas. Senza accorgersi che son già venuti giù.
Francesco Carraro
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sabato 28 novembre 2015

TUTTOSPOT



Vi ricordate il famoso spot con protagonista Gandhi, che ha caratterizzato la campagna istituzionale 2004 di Telecom Italia con la regia di Spike Lee aggiudicandosi il premio "Best Ever Forever"? Non ha fatto solo epoca. Ha fatto scuola. Provate a contare quante volte vi imbattete in una clip di propaganda di qualsiasi tipo di marca che ingloba concetti, valori, modelli eminentemente non commerciali. Siamo invasi da rutilanti esempi di pubblicità ‘progresso’ che, con uso sapiente della musica giusta, delle parole appropriate, dell’estetica cinematografica adatta, sollecitano in noi le emozioni un tempo appannaggio degli oppositori del Sistema. Essi fagocitano tematiche della natura più varia: culturale, ideale, religiosa, artistica. Tutte, rigorosamente, evocative di sogni, categorie, progetti esistenziali non commerciabili. E tutte, sistematicamente, utilizzate per spingerci a fare commercio, cioè mercificazione, di ogni aspetto della nostra vita. Una volta, la pubblicità puntava soprattutto sugli istinti, subliminali se non inconsci. Così, la bella ragazza in costumi discinti accanto all’ultimo modello di berlina si sovrapponeva all’auto veicolandone, insieme alle prestazioni meccaniche ed elettroniche, anche un mimetico sottotesto dove la seduzione sensuale e l’illusione erotica giocavano un ruolo imprescindibile nell’indurre all’acquisto. Oggi, quell’approccio è superato, appartiene a un format grezzo e volgare delle tecniche di manipolazione di massa. Le grandi Marche della competizione globale hanno completato l’opera di colonizzazione della nostra psiche. Ci nutrono persino di quei percorsi favolosi e immateriali già prerogativa dei capolavori della letteratura universale o dei messaggi dei guru della metafisica o della ricerca spirituale. In altre parole, ci offrono, liofilizzati in pillole di pellicola fast food, quello che, in passato, dovevamo conquistarci attraverso ore di laboriosa applicazione. La strategia, a ben pensarci, è geniale ed è consistita nell’impiego dei frutti del nemico per eccellenza della matrice consumistica (il libero pensiero disinteressato) per avvelenare definitivamente i pozzi di conoscenza e consapevolezza cui  eravamo stati educati ad abbeverarci. Ora, nel ritmo sincopato e tambureggiante dell’era più stressata della storia, ci è stato tolto il tempo della meditazione, ma ci vengono comunque messi a disposizione i suoi prodotti concentrati in chicchi di caffè pronta cassa. Ci tengono svegli a sufficienza per consumare, ma non abbastanza per capire. Il regime si è vaccinato contro i virus che lo  minacciavano e ne ha fatto degli anticorpi da somministrare alle sue  vittime. Ciò che vi era di Eterno nelle tradizioni antiche servirà ad eternare la macchina che le ha uccise.
Francesco Carraro
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